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PROCESSO SOVRANO

Askatasuna, stracci in aula «Sono delinquenti abituali e professionali»

In primo grado erano arrivate 18 condanne

Askatasuna, stracci in aula «Sono delinquenti abituali e professionali»

Più che un’aula di giustizia, a tratti è sembrato un ring. La prima udienza d’appello del maxi processo Askatasuna si apre così: con schermaglie, puntualizzazioni e un retrogusto di conti rimasti in sospeso. Sul banco degli imputati tornano i volti noti del centro sociale torinese, già assolti in primo grado dall’accusa più pesante - l’associazione per delinquere - ma ancora dentro una partita giudiziaria tutt’altro che chiusa. La Procura rilancia e lo fa senza mezze misure: ricorso presentato, dibattimento riaperto. I giudici accolgono la richiesta chiave dell’accusa, quella di riascoltare due investigatori della Digos che avevano condotto le indagini. Poi lo strappo. «Valutare l’opportunità di astenersi». La richiesta arriva dalla difesa e finisce dritta sul tavolo della Corte. Nel mirino la giudice Emanuela Ciabatti, già componente di un collegio che nel 2015 aveva definito Rossetto «uno dei leader» di Askatasuna, in un altro processo legato agli scontri in Val di Susa.Non è una ricusazione, chiarisce l’avvocato Roberto Lamacchia, ma «una proposta di valutazione». Il punto, dice, è la terzietà del giudice: «È possibile che si crei una condizione di incompatibilità?». La risposta arriva secca. Il pg Giancarlo Avenati Bassi parla di richiesta «infondata» e alza il livello: «Di opportuno c’è il rispetto che si deve avere per il giudice». E definisce «grave» aver portato la questione sul piano della terzietà. La Corte respinge.

Non passa invece il tentativo di portare in aula un audio più recente, quello di un’intervista radiofonica di Giorgio Rossetto, figura di riferimento dell’area Askatasuna e dell’autonomia. Troppo tardi, o troppo fuori fuoco rispetto al perimetro processuale: la Corte dice no. I numeri, come spesso accade, raccontano una verità meno ideologica e più concreta. Venticinque imputati complessivi, sedici ancora alle prese con l’accusa associativa. In primo grado erano arrivate diciotto condanne, sì, ma per episodi specifici: manifestazioni, scontri, singoli fatti. Niente regia criminale unitaria, avevano stabilito i giudici. Ed è proprio su questo crinale che ora si muove l’appello: struttura organizzata o somma di condotte? Il clima resta teso.
La difesa non nasconde irritazione quando, durante l’udienza, spunta un riferimento alla normativa sui «delinquenti abituali e professionali». A evocarla è l’avvocato Mauro Prinzivalli, parte civile per la Presidenza del Consiglio. Parole che non passano inosservate e che accendono immediatamente la reazione dei legali degli imputati. Non è solo una questione tecnica: è il peso delle definizioni, il rischio di spostare il baricentro del processo più sul profilo degli imputati che sui fatti contestati.
E allora l’appello di Askatasuna riparte da qui: da una battaglia che è insieme giuridica e narrativa. Da un lato l’accusa che prova a ridare forma a un’ipotesi associativa già smontata. Dall’altro la difesa che difende quella frattura, rivendicando l’assenza di un disegno unitario.

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