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A seguire con attenzione l’evoluzione del confronto è anche la Società Italiana di Diabetologia, che sottolinea come questa nuova impostazione descriva in modo più realistico il diabete di tipo 2 come un processo graduale, legato al progressivo deterioramento della funzione delle cellule beta pancreatiche e all’aumento della insulino-resistenza.
Uno dei punti più discussi riguarda proprio il possibile abbandono della definizione di pre-diabete, introdotta anni fa per indicare una fase intermedia tra normalità e malattia conclamata. Secondo le più recenti evidenze, però, questa condizione non sarebbe affatto “intermedia” in senso innocuo, ma già associata a un aumento del rischio di complicanze cardiovascolari, renali e neurodegenerative, oltre a un’incidenza maggiore di alcune forme tumorali.
Per questo motivo, diversi esperti ritengono che l’etichetta “pre” possa risultare fuorviante, rischiando di ridurre la percezione della gravità e di ritardare interventi fondamentali sullo stile di vita e, quando necessario, di tipo farmacologico.
Il modello proposto si basa su una suddivisione in tre fasi principali:
- stadio 1: individui ancora con valori glicemici nella norma, ma già a rischio aumentato di sviluppare alterazioni metaboliche, con primi segnali di riduzione della funzionalità pancreatica
- stadio 2: presenza di disglicemia, quella che oggi viene comunemente identificata come pre-diabete
- stadio 3: diabete conclamato, definito da parametri clinici specifici come glicemia a digiuno ≥126 mg/dl, valori alterati alla curva da carico e emoglobina glicata ≥6,5%
Questa impostazione consente di interpretare la malattia non come una condizione improvvisa, ma come un continuum biologico, in cui il peggioramento metabolico avviene in modo progressivo.
Secondo gli esperti della Società Italiana di Diabetologia, uno degli aspetti più innovativi è la possibilità di distinguere tra soggetti con progressione rapida e soggetti con evoluzione più lenta della malattia. I primi sono spesso più giovani e con fattori di rischio marcati, mentre i secondi tendono a essere pazienti più anziani.
Questa distinzione potrebbe permettere di calibrare meglio gli interventi, evitando sia il sottotrattamento nei giovani sia l’eccesso di terapia negli anziani, con un approccio più mirato alla prevenzione delle complicanze.
La proposta non riguarda soltanto gli aspetti clinici, ma anche un cambiamento di prospettiva nella comunicazione della malattia. L’eventuale superamento del termine “pre-diabete” richiederà, infatti, una informazione chiara e condivisa, per evitare confusione tra cittadini e operatori sanitari.
L’obiettivo finale è anticipare la diagnosi e intervenire quando il processo patologico è ancora modificabile, riconoscendo che il diabete di tipo 2 non inizia nel momento della diagnosi, ma molto prima, lungo un percorso graduale e continuo.
Un cambio di approccio che, se confermato, potrebbe avere un impatto significativo sia sulla prevenzione sia sulla gestione futura della malattia.