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I dati

Terziario in affanno: mancheranno 275mila lavoratori entro il 2026

Secondo uno studio Confcommercio-Roma Tre il gap potrebbe salire a 470mila entro il 2035

Terziario in affanno: mancheranno 275mila lavoratori entro il 2026

Nel 2026 il sistema dei servizi in Italia si troverà davanti a una carenza di circa 275mila lavoratori, una distanza destinata ad ampliarsi fino a quasi 470mila unità mancanti entro il 2035. È la fotografia tracciata da uno studio di Confcommercio in collaborazione con l’Università Roma Tre, che mette in evidenza una criticità sempre più strutturale per il comparto del terziario.

Il problema non riguarda soltanto il numero di persone disponibili, ma soprattutto la loro adeguatezza rispetto alle richieste del mercato. Già oggi nei settori del commercio, dei servizi e del turismo risultano oltre 200mila posizioni non coperte, segnale di un disallineamento che va oltre la semplice scarsità di manodopera.

Secondo le analisi, la difficoltà principale deriva da una combinazione di fattori: da un lato la mancanza di candidati, dall’altro un crescente mismatch tra competenze richieste dalle imprese e profili formati dal sistema educativo. Attualmente circa il 70% dei posti vacanti è legato all’assenza di candidature, mentre il restante 30% riguarda competenze non adeguate. Nel prossimo decennio, però, la quota legata alle competenze potrebbe salire fino a sfiorare il 45% del totale.

Particolarmente critico il divario tra formazione e lavoro nei percorsi universitari e accademici tradizionali, dove il disallineamento potrebbe diventare molto elevato, arrivando in alcuni casi a superare il 90% per lauree triennali e magistrali. In controtendenza, gli ITS (Istituti Tecnologici Superiori) si confermano il canale più efficace, con un gap decisamente più contenuto, stimato intorno al 23-25%.

Il report segnala inoltre un peggioramento delle condizioni del mercato del lavoro, con un aumento di fenomeni come dimissioni e interruzioni contrattuali. Nei primi sei mesi si stimano oltre 70mila cessazioni con una crescita del 45%, mentre le dimissioni aumentano del 65% e i mancati rientri al lavoro passano dal 22,8% al 26,9%.

Un ulteriore elemento di criticità riguarda l’obsolescenza delle competenze, che rischia di avere un impatto diretto sulla produttività, con una possibile riduzione fino al 15%.

Lo studio sottolinea come la carenza di personale non sia un fenomeno temporaneo, ma il risultato di trasformazioni profonde: evoluzione demografica, innovazione tecnologica e cambiamenti nei modelli di consumo e di lavoro.

Per affrontare questa sfida, vengono indicati diversi possibili interventi. Tra questi, il rafforzamento degli ITS, una revisione dei percorsi universitari per renderli più aderenti alle esigenze produttive e un potenziamento dell’orientamento scolastico. Centrale anche il rapporto tra scuola e impresa, da rendere più stabile e strutturato.

Sul fronte aziendale, le priorità riguardano la riprogettazione dei ruoli professionali, investimenti continui nella formazione, integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi e sviluppo di sistemi di aggiornamento permanente delle competenze.

Infine, sul piano delle politiche pubbliche, viene richiesta una programmazione di lungo periodo capace di accompagnare la trasformazione del lavoro, sostenendo la crescita del settore terziario e riducendo il divario tra domanda e offerta di competenze.

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