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Il caso
24 Aprile 2026 - 12:11
All’alba, senza cortei né folla. Nessuna processione pubblica, nessun saluto solenne. Il feretro di Bernardo Pace lascerà Torino nel silenzio e tornerà a Trapani quasi di nascosto, accompagnato soltanto da pochi familiari e da una discrezione che assomiglia all’oblio. Si chiude così la parabola del collaboratore di giustizia trovato impiccato nella sua cella del carcere delle Vallette lo scorso 16 marzo. Un rientro in Sicilia organizzato lontano da occhi indiscreti, con una tumulazione riservata e una cerimonia blindata. La data non è stata ancora fissata: la notizia del via libera è arrivata da poco e al cimitero si sta ancora cercando il loculo. Dietro le quinte, da giorni, si susseguono contatti riservatissimi tra gli uffici giudiziari di Torino e Trapani. La Procura piemontese, che indaga sulla morte del detenuto, ha concesso il nulla osta al trasferimento della salma. I pubblici ministeri Roberto Sparagna e Laura Longo, titolari del fascicolo, continuano però a mantenere il massimo riserbo su un’inchiesta che resta delicatissima. A oltre un mese dalla morte, i risultati dell’autopsia non sono stati resi noti e le circostanze del decesso continuano a sollevare interrogativi pesanti. Perché Bernardo Pace non era un detenuto qualsiasi. Uomo ritenuto vicino a Cosa Nostra, con legami diretti con l’entourage del superboss Matteo Messina Denaro, aveva deciso di collaborare con la giustizia il 19 febbraio, appena un mese prima della sua morte. «Voglio ripulirmi la coscienza per mia moglie e i miei nipoti», aveva spiegato ai magistrati. Ma il suo percorso da pentito non si fermava alla criminalità di strada. Dai verbali emerge il profilo di un uomo lucido, consapevole del peso delle sue parole, pronto a parlare di riciclaggio internazionale, rapporti tra mafie italiane e gruppi criminali cinesi, ma soprattutto della zona grigia: quella dei legami tra organizzazioni mafiose e politica. I magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Milano, che lo avevano già interrogato due volte nell’ambito del processo Hydra, gli avevano chiesto proprio questo: i rapporti con amministratori locali, politici, referenti istituzionali. Pace stava entrando nel cuore del sistema, raccontando un meccanismo in cui la mafia non si limita a infiltrarsi nello Stato, ma ne diventa parte strutturale. Ed è qui che il caso si fa ancora più inquietante. Gli inquirenti milanesi avevano segnalato al carcere di Torino la necessità di una vigilanza rafforzata. Sapevano che il percorso intrapreso da Pace era delicato, potenzialmente esplosivo. Bisognava proteggerlo, sorvegliarlo a vista. Eppure il 16 marzo l’uomo viene trovato morto nella sua cella del Padiglione E, impiccato con un cavo d’acciaio stretto al collo. Un dettaglio che pesa: un materiale difficilmente spiegabile all’interno di una sezione detentiva. Pace era malato, debilitato da un tumore e dalle sedute di chemioterapia. Negli ultimi tempi, raccontano, viveva nella paura. Temeva di essere avvelenato, al punto da mangiare con sospetto. Era fragile, fisicamente e psicologicamente. Da qui la domanda che ancora attraversa gli uffici giudiziari: come può un uomo in quelle condizioni togliersi la vita proprio nel momento in cui aveva appena intravisto una possibile via d’uscita? Nel Padiglione E, tra i detenuti che lo avevano conosciuto, restano parole sussurrate e amare. «Bernardo Pace lo hanno lasciato solo - racconta Giulio, nome di fantasia, detenuto nella stessa sezione - era spaventato per la decisione di collaborare. Dovevano proteggerlo». Pace parlava spesso di Trapani. Voleva tornare lì, nella sua città affacciata sul mare e impregnata di silenzi antichi, dove il sale entra nelle ossa e i misteri restano sospesi nell’aria. Ci tornerà adesso, per l’ultimo viaggio. Nato il 25 marzo 1964, rientrerà in Sicilia portando con sé una scia di domande senza risposta. Il suo nome resta intrappolato tra gli omissis dei verbali, i sospetti sui rapporti con la politica e il silenzio di una morte che, più passa il tempo, più continua a fare rumore.
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