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29 Aprile 2026 - 08:23
Le indagini sulla tragica morte di Sara Di Vita, 15 anni, e di sua madre Antonella Di Ielsi, 50 anni, entrano in una fase cruciale. Gli agenti della squadra mobile di Campobasso hanno iniziato a sentire in questura diversi amici della famiglia Di Vita come persone informate sui fatti. L’obiettivo degli inquirenti è ricostruire minuziosamente il contesto relazionale e le frequentazioni delle vittime per dare un volto a chi abbia somministrato la ricina, il potente veleno che ha ucciso madre e figlia pochi giorni dopo lo scorso Natale.
Il fulcro degli accertamenti si è spostato nelle ultime ore sui dispositivi digitali, in particolare sul telefono cellulare di Alice Di Vita, la figlia maggiore della donna. La ragazza è l'unica componente del nucleo familiare che la sera del 23 dicembre — data in cui la procura colloca il presunto avvelenamento — non era presente nell'abitazione di Pietracatella. Dal dispositivo, tuttora sotto sequestro, i periti informatici hanno estratto chat private intercorse con undici persone tra familiari stretti e amici intimi, che potrebbero fornire dettagli preziosi sugli spostamenti e sugli umori all'interno della casa nei giorni precedenti il dramma.
Oltre alle conversazioni, l'analisi del cellulare ha fatto emergere appunti dettagliati sui pasti consumati in quel periodo e una serie di ricerche effettuate online per comprendere come madre e sorella fossero state curate in ospedale. Gli investigatori stanno cercando di capire se tali ricerche fossero dettate da una naturale apprensione o se possano nascondere elementi utili a spiegare la positività alla ricina, sostanza scoperta solo dopo il decesso. Il riserbo della procura resta massimo, ma l'audizione sistematica dei testimoni suggerisce che il cerchio intorno al giallo di Pietracatella si stia stringendo sensibilmente.
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