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Campobasso
29 Aprile 2026 - 14:45
Le indagini sul caso che ha sconvolto Pietracatella, in provincia di Campobasso, si concentrano sempre di più sulle modalità con cui sarebbe stata assunta la ricina, la sostanza tossica che avrebbe provocato la morte di due donne, Antonella Di Ielsi e la figlia Sara Di Vita, avvenuta lo scorso 23 dicembre. A riportare gli ultimi sviluppi è il Corriere della Sera, che ricostruisce le principali ipotesi al vaglio degli inquirenti.
Secondo le prime ipotesi formulate dagli specialisti dell’ospedale Cardarelli, il veleno sarebbe stato assunto in forma liquida, probabilmente disciolto in acqua. Uno scenario che, se confermato, potrebbe cambiare la ricostruzione dei fatti e il contesto dell’avvelenamento.
Gli esperti escludono alcune delle modalità considerate inizialmente: la presenza della sostanza negli alimenti appare meno probabile, poiché il calore della cottura tenderebbe a degradarla. Anche l’ipotesi di ingestione dei semi di ricino viene ritenuta poco compatibile con il quadro clinico, poiché il gusto estremamente sgradevole avrebbe reso difficile un’assunzione inconsapevole.
Allo stesso modo viene considerata improbabile l’inalazione, perché i sintomi respiratori osservati non coincidono con quelli tipici di questa via di esposizione. La dinamica più compatibile, al momento, resta quindi quella dell’assunzione per via orale attraverso un liquido.
Le analisi tossicologiche richiamano, inoltre, la particolare pericolosità della ricina, una sostanza estremamente potente che agisce bloccando i processi vitali delle cellule, con effetti rapidi e spesso irreversibili entro poche decine di ore.
Nel frattempo, l’attenzione degli inquirenti si è spostata anche su altri elementi dell’inchiesta. Tra questi, alcune flebo somministrate in casa da un infermiere, amico di famiglia, intervenuto nell’abitazione di Gianni Di Vita a Pietracatella. L’uomo è stato ascoltato dagli investigatori e ha dichiarato di aver già riferito quanto a sua conoscenza alle autorità.
Il suo nome figura tra quelli sottoposti ad accertamenti nell’ambito dell’analisi dei dispositivi e delle comunicazioni legate alla vicenda. In particolare, gli inquirenti stanno esaminando anche il contenuto di uno smartphone sequestrato, per ricostruire eventuali contatti nelle ore precedenti ai fatti.
Secondo la consulenza del centro antiveleni di Pavia, la ricina si presenta come una polvere bianca solubile in acqua e può mantenere una certa stabilità anche dopo trattamenti termici. La sua pericolosità varia in base alla forma e alla quantità assunta, oltre che alla modalità di esposizione.
Gli specialisti sottolineano, infine, che anche dosi minime possono risultare estremamente pericolose se ingerite, rendendo questa sostanza una delle più temute nel campo delle tossine naturali. Le indagini proseguono per chiarire con precisione la dinamica dell’accaduto e individuare eventuali responsabilità.
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