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01 Maggio 2026 - 18:56
C’è un odore preciso nei laboratori di Panaté: quello del pane appena sfornato. Ma la notizia, più che nel profumo, sta nel luogo da cui arriva. Perché questo pane nasce dentro e intorno al carcere, tra Cuneo, Fossano e Torino, e in un laboratorio esterno a Magliano Alpi. Il progetto si chiama Panaté e ha una struttura semplice nella definizione, più complessa nella sostanza: trasformare il tempo della detenzione in lavoro vero. Non attività occupazionali, ma produzione reale di pane e lievitati destinati al mercato HoReCa, con standard professionali e una filiera organizzata. Il lavoro, qui, è quotidiano. Impasti, forni, confezionamento. E soprattutto persone che, nella maggior parte dei casi, arrivano senza un’esperienza lavorativa stabile e costruiscono competenze spendibili fuori. L’obiettivo dichiarato è uno: ridurre la recidiva attraverso formazione e occupazione. I dati, del resto, vanno in questa direzione: chi lavora durante la detenzione ha una probabilità più bassa di tornare a delinquere. Per questo il progetto non si limita al lavoro in carcere, ma include percorsi di continuità fuori, con inserimenti abitativi, microcredito e supporto psicologico. Panaté è anche un’impresa, non un’iniziativa assistenziale. Ha già ricevuto riconoscimenti come il Premio Innovazione Sociale promosso da Fondazione CDP e Intesa Sanpaolo e ha attirato attenzione mediatica, anche con un servizio televisivo. Ma il dato più concreto è la crescita: il modello si sta espandendo e il 18 maggio è prevista una nuova apertura a Padova, seguita da altre a Rovigo e Genova. Il punto centrale resta uno: dentro il carcere non nasce solo detenzione, ma può nascere lavoro. E con il lavoro, la possibilità di un’uscita diversa.
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