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Economia
17 Gennaio 2026 - 22:08
In quattro anni i prezzi dei generi alimentari sono aumentati di quasi il 25%, rendendo sempre più complicato per molte famiglie affrontare la spesa quotidiana. Un rincaro che non segue l’andamento degli altri beni di consumo e che ha acceso i riflettori dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, che ha avviato un’indagine conoscitiva sul ruolo della Grande Distribuzione Organizzata.
Secondo i dati ISTAT, ripresi dall’Antitrust, l’aumento dei prezzi alimentari è stato superiore di quasi otto punti percentuali rispetto a quello dell’indice generale dei prezzi al consumo, fermo al 17,3%. Una forbice che solleva interrogativi su come si formano i prezzi lungo la filiera agroalimentare.
Prezzi in aumento, margini sotto pressione
Il nodo, secondo l’Autorità, non è solo quanto pagano in più i consumatori, ma dove finisce quell’aumento. A fronte di rincari così consistenti sugli scaffali, molti produttori agricoli denunciano infatti una compressione o una crescita inadeguata dei propri margini. In altre parole, il prezzo più alto pagato per pasta, latte o insalata non si tradurrebbe in un guadagno maggiore per chi quei prodotti li coltiva o li produce.
È proprio questo squilibrio che l’Antitrust vuole approfondire: capire se nella filiera esista un eccessivo potere contrattuale da parte della grande distribuzione, l’anello che si colloca tra produttori e consumatori finali.
Le grandi catene della GDO svolgono un ruolo centrale: garantiscono volumi elevati, pagamenti regolari, visibilità commerciale e, spesso, supporto al lancio di nuovi prodotti. Tutti elementi che possono tradursi in una posizione di forza nei confronti dei fornitori, rendendo più difficile per questi ultimi negoziare condizioni economiche favorevoli.
Alla notizia dell’indagine è arrivata la risposta di Federdistribuzione. Il presidente Carlo Alberto Buttarelli ha dichiarato che il settore è pronto a fornire tutte le spiegazioni richieste dall’Antitrust, sostenendo che la grande distribuzione, negli ultimi anni, abbia lavorato per contenere l’inflazione e difendere il potere d’acquisto dei consumatori.
Nel mirino dell’indagine sono finite anche le private label, che rappresentano il 21,6% dei prodotti del largo consumo confezionato. Secondo Federdistribuzione, però, queste marche del distributore sarebbero uno strumento concreto per ridurre i costi della spesa. Tra le cause del divario tra prezzi al consumo e compensi ai produttori, Buttarelli cita anche l’aumento dei costi energetici, particolarmente gravosi per i supermercati.
I numeri spiegano perché l’attenzione dell’Antitrust sia puntata sulla GDO: l’84% degli acquisti alimentari degli italiani passa dai supermercati. Un settore che nel 2025 ha raggiunto un fatturato di 135,1 miliardi di euro, in crescita dell’1,8% rispetto all’anno precedente.
Intanto, mentre l’indagine va avanti, resta un dato di fatto: i prezzi sugli scaffali continuano a pesare sui bilanci familiari. E cresce, parallelamente, l’interesse per mercati contadini e gruppi di acquisto, alla ricerca di un rapporto più diretto tra chi produce e chi consuma. Una risposta spontanea a una domanda che, oggi più che mai, riguarda tutta la filiera del cibo.
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