Gli stipendi crescono, l’inflazione rallenta, eppure la sensazione diffusa è quella di restare fermi. Com’è possibile che, nel 2025, con una retribuzione annua lorda media nel privato salita a 32.991 euro (+3,6%) e un’inflazione attestata all’1,5%, la busta paga continui a essere vissuta come una delusione? La risposta, suggeriscono i dati, non sta solo nei numeri: sta nel modo in cui quei numeri vengono costruiti, spiegati e percepiti.
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I NUMERI: AUMENTI REALI, MA UNA FERITA ANCORA APERTA Sul piano macro, il 2025 registra un incremento delle retribuzioni che corre più dell’inflazione. E anche l’
Istat, nella sua audizione sul Dfp, certifica un quadro in cui le retribuzioni contrattuali crescono del +3,1% e quelle “di fatto” del +2,6%, a fronte di un’inflazione al +1,7% misurata con l’indice Ipca. Ma c’è un “ma” che pesa come un macigno:
il recupero del potere d’acquisto resta incompleto. Nel periodo che va dal primo trimestre 2021 al quarto trimestre 2025, le retribuzioni contrattuali si sono ridotte del 7,8% in termini reali. È il segno di
un gap post-Covid che non si è ancora richiuso: una distanza che, per molti, trasforma l’aumento nominale in un miglioramento percepito troppo debole.
IL VERDETTO DEI LAVORATORI: UN 4,2 CHE SUONA COME UNA BOCCIATURA A fotografare l’umore nelle aziende arriva il nuovo rapporto sulla
Salary Satisfaction, sviluppato dall’
Osservatorio JobPricing in collaborazione con
Adecco. Il voto medio è 4,2 su una scala da 1 a 10: insufficiente, e per di più stabile rispetto alla passata edizione. Tradotto: non è un malumore passeggero. Il dato più netto è un altro: sei lavoratori su dieci si dichiarano insoddisfatti della propria retribuzione. E qui emerge un punto decisivo per chi gestisce persone e organizzazioni: il problema non sembra essere soltanto “quanto” si paga, ma “come” e “perché”.
NON È SOLO QUESTIONE DI SOLDI: MERITOCRAZIA E FIDUCIA SOTTO QUOTA 4 Se la competitività retributiva è l’unica dimensione che supera la sufficienza (5,1) — segnale che molti non si sentono pagati peggio del mercato — i giudizi si fanno severi quando si entra nei meccanismi interni. I sotto-indici che riguardano
“meritocrazia” e
“fiducia e comprensione” scivolano sotto il 4. E anche altri aspetti restano critici: - performance e retribuzione: 4,2 - trasparenza: 4,7 - equità: 4,9 In altre parole: non basta che lo stipendio “regga” il confronto con l’esterno, se poi dentro l’azienda le regole appaiono opache o incoerenti. È come una partita giocata senza arbitro: anche quando il risultato non è disastroso, resta il sospetto che non sia stato ottenuto in modo giusto.
LE VOCI: “IL VERO PROBLEMA È COME LO SI FA” A mettere in fila il punto, senza giri di parole, è
Angelo Lo Vecchio, Group SVP & President The Adecco Group: “Ci troviamo di fronte a un nodo che le imprese italiane non possono più ignorare: sei lavoratori su dieci sono insoddisfatti della propria retribuzione, ma il vero problema non è quanto si paga: è come lo si fa”. E aggiunge il cuore della frustrazione: “Non sono i livelli salariali a generare la maggiore frustrazione, ma la mancanza di meritocrazia, di trasparenza e di fiducia nei criteri con cui vengono assegnate promozioni, bonus e aumenti”. Sulla stessa linea
Matteo Gallina, responsabile dell’Osservatorio: se un certo grado di insoddisfazione può essere “fisiologico”, oggi “non è più sufficiente affidarsi a modelli retributivi tradizionali”. Il messaggio alle aziende è chiaro: non basta pagare, bisogna saper spiegare e dimostrare.
DONNE E UNDER 35: LA DOPPIA FRATTURA CHE PESA SUL FUTURO Il rapporto segnala che le criticità diventano ancora più marcate proprio tra le persone che il Paese avrebbe più bisogno di trattenere e valorizzare.
Gli under 35 risultano “sistematicamente meno soddisfatti”: percepiscono meno trasparenza, faticano a fidarsi e non vedono un collegamento diretto tra performance e retribuzione. È un dato che interroga la capacità delle imprese di parlare alle nuove generazioni con linguaggi e strumenti credibili: se l’impegno non si traduce in riconoscimento, perché restare? E poi c’è il gap di genere, definito “marcato”:
“Le donne mostrano livelli di soddisfazione inferiori in tutte le dimensioni”, con scostamenti più evidenti su equità e meritocrazia. Qui la busta paga diventa anche un termometro sociale: misura quanto un’organizzazione riesca davvero a essere giusta, non solo a dichiararlo.
COSA TRATTIENE E COSA SPINGE A CAMBIARE: IL PARADOSSO DELLA RETRIBUZIONE Il rapporto entra anche nel merito delle leve che tengono le persone in azienda o le spingono altrove.
Elisa Todesco, consultant di JobPricing, sintetizza così: “Elementi come le relazioni, il
work-life balance e lo
smart working sono determinanti nella scelta di rimanere in azienda”. Ecco il paradosso: la retribuzione fissa resta il primo driver nella scelta di un nuovo lavoro, ma non è ciò che trattiene. A fare la differenza nella permanenza sono relazioni interpersonali, flessibilità oraria e possibilità di smart working. Al contrario, si cambia soprattutto per migliorare le condizioni economiche e le opportunità di crescita. Detto altrimenti: lo stipendio apre la porta, ma non basta a tenere qualcuno dentro. E se i criteri di crescita appaiono nebulosi, quella porta torna a spalancarsi in uscita.
UNA SFIDA PER LE IMPRESE: RENDERE VISIBILE LA GIUSTIZIA Il quadro che emerge è meno contraddittorio di quanto sembri: gli stipendi possono anche crescere, ma se il sistema retributivo non è percepito come comprensibile, equo e meritocratico, la soddisfazione resta bassa. La fiducia, in azienda, è una valuta: quando si svaluta, anche un aumento rischia di sembrare un contentino. E la domanda, a questo punto, è inevitabile: quante imprese possono permettersi di perdere motivazione — e talenti — non per mancanza di risorse, ma per mancanza di chiarezza?