Grate, inferriate, pannelli di cemento armato alti due metri. Sarà uno scherzo della sorte dovuto al nome, ma a Barriera, da troppi anni, le soluzioni sono state affidate ai muri. È stato così per il Tossic Park e per i campi nomadi, per le grandi fabbriche che hanno spento i motori e per le aule in cui si formavano bambini e ragazzi. Enormi pezzi di città recintati e poi abbandonati lì. Inaccessibili a tutti, come monumenti delle occasioni perdute, mentre i problemi passavano attraverso le grate e si spostavano da un’altra parte. Certo, qualche mini-progetto di inclusione o rigenerazione (che vogliono dire tanto, ma più sovente dicono niente) è stato fatto. Ma la famosa riqualificazione promessa ogni cinque anni nei mercati nelle ultime due settimane che precedono ogni elezione, è rimasta lettera morta. Lasciando questo quartiere pieno di energia a due passi dal centro solo a combattere contro i propri mali.
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Per cercare di capire Barriera oggi, è necessario partire da che cos’era anche solo 20 anni fa, quando a spacciare nei giardinetti poi passati in mano ai pusher africani erano i ragazzi italiani. Il “fumo” si spacciava già allora, l’eroina pure. Con maggiore discrezione, forse. Ma con effetti drammatici che hanno cancellato un pezzo importante di almeno due generazioni. E le baby gang? Non si chiamavano così. Ma gli schiaffi, i cazzotti, e qualche cinghiata, volava. Con via Pacini contro via Bologna, le risse al Big o fuori dal bowling di via Leinì, alcune finite male, con i colpi di pistola e i morti ammazzati. A Barriera, se varcavi certi confini che coincidevano con i nomi delle vie, era meglio tenere lo sguardo abbassato. Far cadere lo sguardo sulla ragazza di un gruppo rivale, poteva essere un errore fatale. E poi c’erano i furti, le rapine, le vecchiette scippate. I compagni di scuola che finivano dentro come i loro padri, gli altri sfigurati in volto dall’abuso di sostanze.
Tutto come prima, dunque? No, ci mancherebbe. Ma il racconto del degrado dovuto all’arrivo de ll’immigrazione che tanto piace a certi politici è incompleto. E forse non fa che sviare dall’obiettivo, se oltre a lamentarsi si vogliono trovare davvero delle soluzioni. Certo, i nomi sui campanelli delle case di ringhiera affittate a caro prezzo dai palazzinari sono cambiati. Ma era già successo, con i primi immigrati arrivati dal sud del nostro Paese. E Barriera, allora come oggi, ha saputo accogliere. Forse con più facilità. Perché le differenze culturali erano più attenuate. Ma anche perché allora c’era qualcosa in più. Come la scuola verde supermoderna in via Tollegno, punto di riferimento di una comunità che dietro le elementari aveva i servizi sociali e accanto i campi di atletica, la pista per correre e i campi per giocare a pallone. Di più, allora, c’era lo spirito costruttivo di una politica che quantomeno aveva il coraggio di provarci, mostrando i muscoli nell’unico senso che compete agli amministratori: dettare una linea, fare delle scelte e degli investimenti che si traducevano in occasioni concrete. E poi? Poi la scuola verde è stata abbandonata, la piscina distrutta. Adesso un gruppo di giovani coraggiosi utilizza un piccolo spazio per insegnare ginnastica acrobatica. Ma il resto è abbandono, devastazione coperta da enormi lamiere in tinta per nascondere le vetrate sfondate. Mentre la scuola media accanto si è trasformata in un centro per l’impiego, fondamentale (se funzionasse bene) per uno dei quartieri con il tasso più alto di disoccupazione. Un quartiere che nel 2006, quando la città doveva farsi bella per le Olimpiadi, diventò il contenitore di ciò che non si doveva vedere. Con un lato dello Stura trasformato in campo nomadi abusivo, l’altro in cittadella della droga senza regole e senza un minimo di dignità per le persone. Poi gli zingari sono stati sgomberati, hanno tirato su una muraglia d’acciaio e costruito una ciclabile che nessuno usa mai. I nomadi si sono spostati in via Germagnano. Poi, cacciati anche da lì, dove adesso è tutto recintato con muri e ringhiere, sono andati a occupare le case popolari. Il Tossic Park è stato liberato con la polizia a cavallo e i carabinieri sugli elicotteri. Poi chiuso, con altre reti, mentre politici di larghe vedute promettevano che ci avrebbero fatto un meraviglioso campo da golf, che come è noto da queste parti è molto popolare. Un pezzo di barriera, nei mesi scorsi, se non altro è andato giù. Nel prato davanti al Novotel sono stati piantati degli alberi. Magari, quando cadrà il resto del recinto, toneranno anche a giocare i bambini.
stefano.tamagnone@cronacaqui.it
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