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Economia

Dall'imperatore al triumvirato: Torino non è solo più automobile, ma la crescita resta lenta

Accanto all’automotive crescono aerospazio e meccanica avanzata: la nuova industria torinese si diversifica, ma produttività e servizi restano le sfide aperte

Dall'imperatore al triumvirato: Torino non è solo più automobile, ma la crescita resta lenta

Il sistema produttivo di Torino non è fermo. Cresce, si trasforma e cerca nuovi equilibri dopo la lunga stagione della monocoltura dell’automobile. Ma la transizione è complessa: accanto ai segnali positivi esistono fragilità strutturali che spiegano perché, nonostante alcuni indicatori in miglioramento, nel territorio continui a esserci una percezione di difficoltà. È il quadro che emerge dal Rapporto Industria e Servizi Organizzati 2026, realizzato dalla Camera di Commercio di Torino insieme all’Unione Industriali e al Centro Einaudi. Uno studio innovativo, mai fatto prima, che analizza dieci anni di bilanci aziendali e venticinque anni di esportazioni e propone un concetto nuovo, ossia di “nucleo produttivo esteso”, cioè un sistema in cui manifattura, servizi avanzati, logistica e altre attività produttive formano un unico organismo economico.

«Abbiamo voluto ragionare su una visione allargata della capacità produttiva del territorio», spiega il presidente della Camera di Commercio, Massimiliano Cipolletta. «Per competere sui mercati globali non basta più guardare alla sola manifattura: bisogna considerare tutte le competenze che ruotano intorno al prodotto industriale».

I numeri mostrano una crescita significativa nell’ultimo decennio. Tra il 2014 e il 2023 le aziende del nucleo produttivo sono aumentate da 1.384 a 1.892 (+37%), mentre gli addetti sono passati da circa 259 mila a oltre 320 mila (+24%). Ancor più evidente la crescita economica: il fatturato complessivo è salito da 76 a 118,4 miliardi di euro (+56%), con un forte aumento anche del valore aggiunto e degli investimenti produttivi. «C’è stata una crescita della produttività e una trasformazione in corso», sottolinea Cipolletta. «La manifattura continua a crescere e nel settore dei trasporti rimaniamo in linea con la produttività di altre regioni del Nord Italia».

L’immagine più efficace utilizzata nello studio è quella del passaggio “dall’imperatore al triumvirato”. Per decenni l’economia torinese è stata dominata dall’automotive; oggi il sistema appare più variegato. Accanto all’auto si sono rafforzati altri pilastri industriali, in particolare l’aerospazio e la meccanica dei macchinari.«Rispetto a una volta, sono tre i settori che si tengono testa: non più solo automotive, ma anche beni strumentali e aerospazio. Anche la chimica farmaceutica, da numeri piccoli, sta sviluppandosi. Il nucleo rispetto a dieci anni fa sta crescendo e si sta rafforzando, aumentando per addetti e redditività», ha commentato il direttore del Centro Einaudi, Giuseppe Russo. Il comparto aerospaziale rappresenta il caso di successo più evidente: le esportazioni sono passate da circa 2 miliardi di euro nel 1998 a oltre 4,8 miliardi nel 2025, e il territorio torinese concentra oltre la metà dell’export aerospaziale del Nord Italia. «L’aerospace non sostituirà da solo l’automotive», osserva Cipolletta. «Ma rappresenta un punto di riferimento perché permette alle eccellenze del territorio di mettere a fattor comune le proprie competenze e creare nuovi prodotti». Negli ultimi anni la crescita del settore è stata particolarmente forte, con un incremento del 26% nell’ultimo anno analizzato.

Per il presidente dell’Unione Industriali, Marco Gay, il rapporto conferma una realtà spesso sottovalutata. «Torino è una città industriale, lo è stata e continua a esserlo», afferma. «Non siamo attaccati allo specchietto retrovisore: stiamo vivendo una trasformazione industriale che parte dalle nostre competenze e porta verso prodotti tecnologicamente avanzati e servizi ad alto valore aggiunto». Secondo Gay, il territorio mantiene una forte capacità di esportazione e continua a competere sui mercati internazionali.

Accanto agli elementi positivi emergono però segnali di debolezza. Il confronto con altre province industriali del Nord Italia mostra infatti un ritardo significativo nella crescita dell’export. Tra il 1998 e il 2025 le esportazioni torinesi sono aumentate in termini reali del 17%, mentre territori come Bologna e Modena hanno registrato incrementi superiori al 100%. Secondo l’analisi del rapporto, se le imprese torinesi avessero mantenuto le quote di mercato del 1998 oggi esporterebbero circa 14 miliardi di euro in più. Il problema, dunque, non è l’assenza di crescita ma la perdita di competitività relativa.

Nel frattempo anche la composizione dell’economia locale sta cambiando. La manifattura rimane il motore del sistema produttivo, ma il suo peso si è ridotto: nel decennio analizzato la quota degli addetti industriali nel nucleo produttivo è scesa dal 58% al 49%.

Più preoccupante è invece l’andamento dell’Ict e dei servizi alle imprese, che registrano un calo del 13% della produttività e una riduzione del peso occupazionale dal 14% al 12% del nucleo produttivo. Le cause sono diverse: dimensione troppo piccola delle imprese locali, difficoltà a crescere e forte attrazione esercitata da Milano per le attività tecnologiche. Nel frattempo cresce il peso dei servizi alla persona, passati dal 15% al 26% degli occupati del nucleo produttivo. Tuttavia la loro produttività resta molto bassa, circa 50.662 euro per addetto. Questo significa che una parte della terziarizzazione dell’economia locale avviene verso attività a basso valore aggiunto, con un impatto limitato sulla crescita complessiva della produttività.

Un elemento che emerge indirettamente dal rapporto riguarda anche il ruolo dei servizi avanzati locali. Molte imprese torinesi continuano infatti a rivolgersi a centri esterni - soprattutto milanesi per attività strategiche come consulenza tecnologica, finanza, marketing o servizi digitali. Questo fenomeno riflette una debolezza strutturale del terziario avanzato locale: il territorio produce eccellenze industriali ma spesso non riesce ancora a sviluppare un ecosistema di servizi altrettanto forte e competitivo. Il risultato è che parte del valore generato dalle imprese viene intercettato altrove.

Tra le principali preoccupazioni degli industriali resta il costo dell’energia. Secondo Gay, l’Italia parte già da una situazione svantaggiata rispetto ad altri Paesi europei. «Paghiamo l’energia fino a tre volte più di altri Paesi come Spagna o Francia», spiega. «Questo pesa sulla competitività delle imprese e rischia di frenare anche lo sviluppo tecnologico, ad esempio nei data center». La situazione è ulteriormente complicata dalle tensioni geopolitiche e dalle nuove crisi internazionali che incidono sul mercato del gas. Per questo gli industriali chiedono un intervento deciso a livello europeo. «Serve un’azione di sistema. Il costo dell’energia sarà uno degli elementi decisivi per la competitività dell’Europa, dell’Italia e di territori industriali come Torino».

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