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Il Borghese

Noi, colpiti da una bomba anarchica (ma dimenticati)

Dal piano dell'anarchico Cospito alle violenze di Askatasuna: ma perché non usiamo l'esercito?

Noi, colpiti da una bomba anarchica (ma dimenticati)

La busta gialla, con sedicente mittente "Comitato Parco Ruffini", era arrivata in redazione con la posta. Un pacco senza niente di sospetto, come altri indirizzati alla redazione o al direttore, nulla che potesse scatenare l'allarme: invece era una bomba, che detonò in redazione e ferì al volto il nostro direttore Beppe Fossati, che lo aveva aperto. 

È accaduto oltre vent'anni fa, nella nostra redazione, nell'ufficio di Beppe Fossati che oggi è il mio. Un ordigno di matrice anarchica. Solo dopo l'attentato che ci colpì, venne fuori che c'era una campagna di attentati fatta di pacchi bomba indirizzati all'allora sindaco Sergio Chiamparino e persino a Romano Prodi. Quei pacchi furono intercettati, ma da allora mi è rimasta una domanda: fu quell'attentato a svelare il piano omicida o c'erano già elementi, tenuti però sotto la copertura di chissà quale segreto istruttorio?

Nel processo ad Alfredo Cospito, l'anarchico condannato per la gambizzazione di un manager Ansaldo nonché per attentati dinamitardi a una caserma dei carabinieri e in città, ho sentito pure dire che in fondo "aveva solo fatto danni materiali". Nella narrazione pubblica, da avvocati difensori e da politici che non sanno di cosa parlano o non hanno memoria (non leggono i giornali), quell'attentato è sparito.

Nella nostra memoria, invece, è ben vivo. L'ho fatto presente in una lettera al questore di Torino in cui chiedevo una sorveglianza attiva, in queste ore di tensione per la manifestazione pro Askatasuna di domani, sabato 31 gennaio, per la nostra redazione e per gli inquilini del palazzo in cui ci troviamo. Mi è stato garantito dalla Questura che, al pari di altri obiettivi sensibili, saremo oggetto di una "sorveglianza dinamica", come viene definito il passaggio costante di una pattuglia, e di una vigilanza da parte di personale in borghese. Ho compostamente ringraziato, per dovere istituzionale e perché conosco l'impegno dei funzionari cui viene lasciata la patata bollente di fronteggiare le minacce, così come ai poliziotti e carabinieri in strada viene detto di fare da bersaglio come fosse parte del loro lavoro ordinario.

In compenso, dalla Prefettura a nessuno è venuto in mente di chiederci qualcosa, di preoccuparsi di noi come obiettivo iper-sensibile. Quando ci fu il blitz alla Stampa, in Prefettura vennero invitati in tanti, compreso l'Ordine dei Giornalisti e il sindacato, ma "dimenticarono" di chiamare noi. Eppure, in quegli uffici, hanno anche il mio numero di cellulare. 

Dopo quel blitz - per cui al direttore Andrea Malaguti comunicai la doverosa solidarietà e vicinanza, mia e del giornale -, sono stati, doverosamente, spiegati mezzi della polizia e persino dell'esercito a sorvegliare sia la sede Rai di via Verdi, sia La Stampa. Quindi, non c'era una camionetta dell'esercito, o una anche pattuglia di vigili urbani, di carabinieri forestali o che altro, da schierare in un luogo dove c'è il precedente di un ordigno costruito e inviato per ferire, mutilare e uccidere?

Perché - ha ragione, in questo, l'ex sostituto procuratore Antonio Rinaudo - non si usa l'esercito, così come si fa nelle periferie dominate dai pusher, in compiti dove peraltro non hanno neppure poteri di polizia giudiziaria? Come si era fatto, a tutela dei cittadini, nel periodo Covid con il lockdown, appare tanto strano usare queste risorse anche in questi casi? 

Da Prefettura e parte della politica, sindaco Stefano Lo Russo compreso, ho sentito solo quel "diritto a manifestare" - avrei voluto sentire anche la vicinanza agli uomini e donne che dovranno garantire la sicurezza, anche dei palazzi istituzionali - e il sostanziale appello, l'ennesimo, a non dare il via ad atti di violenza. Peccato che quella non sia l'eventualità, ma il programma preciso di chi ha organizzato questa manifestazione.

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