Il Governo si prepara a intervenire sul tema delle retribuzioni con il decreto lavoro atteso per il 1° maggio. Tra le misure in esame compare il cosiddetto “salario giusto”, un meccanismo che non introduce una soglia minima per legge ma che punta a rafforzare il ruolo dei contratti collettivi nazionali (Ccnl) più rappresentativi. Nella stessa bozza trovano spazio anche interventi su rider, incentivi alle assunzioni per under 35 e donne nelle aree Zes (Zone economiche speciali, cioè aree con agevolazioni fiscali e incentivi per favorire gli investimenti e l’occupazione).
Il salario giusto si basa sul trattamento economico complessivo stabilito dai contratti collettivi firmati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative a livello nazionale. L’idea è utilizzare questi contratti come riferimento per definire livelli retributivi e condizioni di lavoro, con l’obiettivo di limitare la diffusione dei cosiddetti contratti pirata, cioè accordi con salari e tutele inferiori.
Questo approccio non prevede una cifra fissa valida per tutti i lavoratori. Il riferimento resta quello dei contratti esistenti, che variano in base al settore. Il sistema prevede anche meccanismi di selezione: le imprese che non applicano contratti adeguati potrebbero essere escluse da appalti pubblici, bonus e agevolazioni fiscali.
Il concetto di salario giusto riprende un’impostazione già presente nel Jobs Act del 2015. Resta però da chiarire come verrà definita in modo preciso la “rappresentatività” dei contratti collettivi e quali criteri verranno adottati. Un altro elemento riguarda i contratti scaduti o non ancora rinnovati, che potrebbero incidere sull’efficacia del sistema.
Parallelamente, continua il confronto sul salario minimo legale, proposto da parte dell’opposizione con una soglia indicata di 9 euro l’ora. In questo caso si tratterebbe di un livello retributivo stabilito per legge, sotto il quale nessun lavoratore potrebbe essere pagato, indipendentemente dal contratto applicato.
L’Italia è tra i pochi Paesi dell’Unione europea a non avere un salario minimo nazionale. In altri Stati membri sono già previste soglie definite che contribuiscono a determinare il livello minimo degli stipendi: in Germania si arriva a circa 2.161 euro al mese, in Francia a circa 1.802 euro e in Spagna a circa 1.381 euro.
Il confronto riguarda anche il ruolo della contrattazione collettiva. Il salario giusto si inserisce all’interno di questo sistema, rafforzandolo e utilizzandolo come riferimento principale. Il salario minimo, invece, introduce una soglia legale valida per tutti i lavoratori, inclusi coloro che non sono coperti da un contratto collettivo.
Un elemento rilevante riguarda proprio la copertura dei lavoratori. Il salario giusto si applica a chi rientra in un Ccnl rappresentativo, mentre una quota stimata intorno al 4,4% dei lavoratori non dispone di un contratto di questo tipo. Per questa fascia si valuta l’introduzione di strumenti specifici di tutela.
Tra gli effetti previsti del salario giusto ci sono l’esclusione dagli appalti pubblici per le aziende che non rispettano determinati livelli retributivi e la perdita di accesso a incentivi e agevolazioni. Nel caso del salario minimo, l’intervento riguarda direttamente la fissazione di una soglia oraria, con effetti immediati sui rapporti di lavoro interessati.