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Il caso
23 Febbraio 2026 - 13:24
Niente chiesa, niente corteo. Solo una sepoltura in forma privata, al cimitero di Chivasso. È la linea tracciata dal questore di Torino, Massimo Gambino, per i funerali di Domenico Belfiore, storico esponente della ’ndrangheta piemontese, morto venerdì scorso a 73 anni all’ospedale di Chivasso. Le prescrizioni sono nette: le esequie non si terranno in chiesa e non sarà consentito alcun corteo funebre. La tumulazione dovrà avvenire in forma strettamente privata. Una decisione che punta a evitare qualsiasi forma di ostentazione pubblica o, peggio, di celebrazione simbolica. Belfiore non è un nome qualunque nelle cronache giudiziarie. È stato condannato in via definitiva come mandante dell’omicidio del procuratore capo di Torino Bruno Caccia, assassinato il 26 giugno 1983 sotto casa da un commando armato. Non si è mai pentito. Nessuna collaborazione con la giustizia, nessuna presa di distanza pubblica da quel passato. Ed è anche per questo che l’ipotesi di un funerale in chiesa aveva acceso polemiche immediate. Tra le voci più critiche quella di Luigi Ciotti, fondatore dell’associazione Libera, da anni in prima linea contro le mafie e nella difesa della memoria delle vittime.
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