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20 Gennaio 2023 - 21:26
Andrea Agnelli, Juventus con Paratici e Nedved (Depositphotos)
Tsunami sulla Juve. Dal terzo - in piena zona Champions - al decimo posto in classifica in un batter di ciglio. È bastata una partita, quella più importante di questa stagione, per far perdere sette posizioni in classifica ai bianconeri. Questa volta non c’entrano nulla le scelte di formazione di Allegri. Ad infliggere la stangata di 15 punti di penalizzazione alla Vecchia Signora - passata da 37 a 22 punti in classifica in meno di nove ore - ci ha pensato la Corte Federale della Figc che ieri in tarda serata ha ritenuto ammissibile il ricorso in appello del procuratore federale Chinè per il “processo bis” sulle plusvalenze, un ricorso presentato dopo aver ricevuto dalla Procura di Torino nuove carte riguardanti l’inchiesta “Prisma”.
Pene inasprite per la società del neo-presidente Gianluca Ferrero. Sì, perché il procuratore Chinè nel pomeriggio aveva chiesto -9 punti di penalizzazione. Giusto per spintonare la Juve fuori dall’Europa «alle spalle della Roma», aveva dichiarato lo stesso Chinè. Dopo oltre quattro ore di Camera di consiglio la Corte federale d’appello non solo ha accolto la richiesta di rimettere sul banco degli imputati il club bianconero, ma ha anche aumentato le pene. È un vero e proprio tsunami sulla classifica e sul futuro del club, ora atteso da un possibile secondo processo sportivo, derivato dai nuovi atti dell’inchiesta “Prisma”, oltre alle possibili sanzioni minacciate dall’Uefa per la violazione del financial fair play.
La nuova Juve del dopo Agnelli si trova intanto a scontare sanzioni per i vecchi guai: ed è stato solo il primo dei giorni del “giudizio”, quello in cui la Corte federale d’appello appunto era chiamata a valutare la riapertura del processo sportivo che vedeva coinvolti oltre alla Juve altri otto club e che lo scorso maggio si era concluso con il proscioglimento. Per Samp, Genoa, Parma, Empoli, il vecchio Novara, Pisa, Pescara e Pro Vercelli nessuna condanna, come nel primo procedimento. Era già apparso pugno duro quello di Chinè, che aveva aperto l’udienza: l’accusa sportiva aveva infatti chiesto 9 punti di penalità per i bianconeri, e 16 mesi di inibizione per Andrea Agnelli, 20 e 10 giorni per Paratici, 10 mesi per Cherubini, 12 per tutti gli altri consiglieri. «Ricorso inammissibile» le parole della difesa dei bianconeri in assenza di «fatti nuovi» rispetto al processo già celebrato a maggio.
I legali bianconeri, poi, hanno fatto leva sul principio giuridico per cui «nessuno può essere perseguito o condannato penalmente dalla giurisdizione dello stesso Stato per un reato per il quale è già stato assolto o condannato». Duro il botta e risposta tra i difensori bianconeri e il procuratore Chinè. In serata la sentenza. Per la Juve è una nuova Calciopoli: pagano anche i dirigenti anche se sono ormai ex: 24 mesi ad Agnelli e ad Arrivabene, 30 a Paratici, 16 mesi al ds Cherubini (ne servirà uno nuovo), 8 mesi a Paolo Garimberti: più di quanto aveva chiesto Chinè. La Juventus può ora ricorrere entro 30 giorni dall’uscita delle motivazioni - tra 10 giorni - al collegio di garanzia dello sport del Coni. Collegio di garanzia che deciderà sulla legittimità e non sul merito della sentenza di ieri.
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