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A tu per tu

“Il bene comune” di Papaleo: «E’ ancora la mia Basilicata»

L’attore e regista presenta domenica 15 marzo in città l’ultimo film girato nella sua regione

Rocco Papaleo

Rocco Papaleo

Triplo appuntamento torinese domenica 15 marzo per Rocco Papaleo, che accompagnerà il suo film più recente da regista e attore, “Il Bene Comune”, in tre cinema: alle 18 sarà al Massaua Cityplex per i saluti al pubblico al termine della proiezione delle 16,30; alle 19,30 si sposterà a Pianezza al cinema Lumière per i saluti iniziali e poi alle 21 sarà al Due Giardini per accogliere le persone all'entrata in sala.

“Il Bene Comune” («Il titolo è altisonante, lo so, è un'aspirazione più che altro», ci spiega lo stesso Papaleo) racconta la storia di una guida turistica e un’attrice di “insuccesso” che accompagnano quattro detenute sul massiccio del Pollino.

Ancora la Basilicata (anche se non “coast to coast”, questa volta) al centro del suo cinema.

«Sono felice di metterla ancora una volta sotto i riflettori: la deve smettere di farla franca, lo spreco della potenzialità enorme – geografica ed economica – nella mia regione deve finire. La Basilicata si arrocca sulla sua immobilità, ora deve prendersi le sue responsabilità. L'ho raccontata in passato e torno a farlo con grande piacere».

Come nasce l'idea del film, di mettersi al servizio del cast corale meraviglioso composto, tra le altre, da Vanessa Scalera, Teresa Saponangelo e Claudia Pandolfi?

«Volevo raccontare una comunità che si forma e ho fatto volentieri un passo indietro, volevo dare respiro al percorso di tutti. Non ho smanie di protagonismo, specie nei miei film, farei a meno anche di esserci, come attore. Ho cercato la ricetta del perfetto intrattenimento, se esiste. Mi han fatto notare che siamo 7 personaggi come le 7 note: c'è l'idea di essere come un'orchestrina che suona insieme».

Il cast sembra davvero affiatato, tutto appare molto naturale: come avete lavorato?

«Quando si gira nei paesi piccoli spesso si sta tutti insieme, non si torna a casa la sera, stavamo tutti in uno stesso agriturismo. Non ci conoscevamo in realtà, ci eravamo simpatici e nulla più: è successo quasi miracolosamente che siamo diventati un gruppo così affiatato, mentre i personaggi del film andavano avanti nel loro percorso noi anche abbiamo fatto comunità».

Il viaggio a piedi che fate nel film è verso un albero speciale, un pino loricato: come mai?

«E' stata la mia prima suggestione, già dal nome che rimbalza nella mia testa fin da quando ero bambino, anche se pensavo fosse il nome di una persona. Mi ha incuriosito molto, lo vedo come un simbolo di resilienza, resiste nelle condizioni più estreme».

Lei per qualche anno ha vissuto a Torino: che ricordi ne ha?

«Ho ottimi ricordi, mi piace molto l'atmosfera di Torino, e anche le persone: si dice che siate falsi e cortesi, ma a me interessa la cortesia, che sia finta o no non mi interessa. C'è un'aria di gentilezza, c'è sempre stato un approccio particolarmente gentile con me. Poi la dialettica con le persone era interessante, a me piace ascoltare cose interessanti, sono un po' “snobbetto”, anche se forse non si vede. Il torinese mediamente esprime cultura. E poi adoro camminare, e farlo lungo il Po è speciale».

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