Cerca

Curiosità

Perché l’Italia ha il +39? La storia nascosta dei prefissi telefonici internazionali

Dalle decisioni dell’ONU negli anni Sessanta agli equilibri geopolitici mondiali: come è nata la mappa invisibile delle chiamate globali

Perché l’Italia ha il +39? La storia nascosta dei prefissi telefonici internazionali

Ogni volta che componiamo un numero straniero e aggiungiamo un “+” seguito da alcune cifre, stiamo usando una sorta di mappa globale della telefonia. Ma chi ha deciso che l’Italia dovesse avere il +39, gli Stati Uniti il +1 o il Giappone l’+81? La risposta porta a una storia poco conosciuta, fatta di standard tecnici, equilibri geopolitici e decisioni prese più di mezzo secolo fa.

A stabilire le regole del gioco è l’ITU, l’International Telecommunication Union: una delle più antiche organizzazioni internazionali al mondo, fondata nel 1865 e oggi parte delle Nazioni Unite. È a questo organismo, con sede a Ginevra, che si deve l’assegnazione dei prefissi telefonici internazionali così come li conosciamo.

Il sistema attuale nasce negli anni Sessanta, quando la telefonia internazionale cominciava a espandersi rapidamente. Fu allora che vennero definiti due standard fondamentali: l’E.123, che stabilisce come scrivere correttamente i numeri di telefono, e soprattutto l’E.164, che disegna la “geografia” mondiale dei prefissi. Quest’ultimo, approvato nel 1964, è ancora oggi la base dell’intero sistema.

Il mondo venne suddiviso in grandi aree numeriche, chiamate “zone”, ciascuna identificata da una cifra iniziale da 1 a 9. Non si tratta di una suddivisione politica, ma di una scelta tecnica ispirata soprattutto alla posizione geografica e allo sviluppo delle reti telefoniche dell’epoca.

La Zona 1, per esempio, corrisponde al Piano di Numerazione Nordamericano (NANP) ed è un’unica grande area che comprende Stati Uniti, Canada e molti Paesi dei Caraibi, tutti accomunati dal prefisso +1, seguito poi da un codice locale a tre cifre. Una soluzione che rifletteva l’integrazione delle reti nordamericane già negli anni Sessanta.

La Zona 2 è, invece, dominata dall’Africa, con prefissi a due o tre cifre, ma include anche territori apparentemente “fuori posto”, come Groenlandia o Fær Øer. L’Europa, caratterizzata da un’alta concentrazione di Stati e di infrastrutture, occupa interamente le Zone 3 e 4: è qui che troviamo molti dei prefissi più noti, come il +39 italiano, il +33 francese, il +49 tedesco o il +44 britannico.

Procedendo verso est e sud, la Zona 5 copre l’America Centrale e Meridionale, mentre la Zona 6 è riservata al Sud-est asiatico e all’Oceania. Particolare è il caso della Zona 7, che utilizza un’unica cifra iniziale per un’area vastissima: oggi Russia e Kazakistan, un’eredità diretta dell’organizzazione delle telecomunicazioni nell’ex Unione Sovietica. La Zona 8 raccoglie gran parte dell’Asia orientale e meridionale, compresi colossi come Cina e Giappone, mentre la Zona 9 comprende Medio Oriente e Asia occidentale e centrale.

Dietro questa architettura apparentemente neutra si nasconde anche la storia dei rapporti di forza globali. Al momento dell’assegnazione dei codici, la capacità delle reti telefoniche nazionali giocò un ruolo chiave: i Paesi più avanzati ottennero prefissi più “semplici”, mentre altri dovettero adattarsi a soluzioni più complesse. Non mancarono nemmeno le tensioni politiche: emblematica la questione di Taiwan che, pur ricevendo il codice +886, non fu inizialmente elencata ufficialmente come Stato per le pressioni della Cina.

Oggi, nell’era degli smartphone e delle app di messaggistica, i prefissi internazionali sembrano un dettaglio quasi marginale. Eppure continuano a essere il fondamento invisibile delle comunicazioni globali: una struttura nata oltre sessant’anni fa che, con pochi aggiustamenti, regge ancora il traffico di miliardi di chiamate ogni giorno. Una prova di come, anche nel mondo digitale, molte infrastrutture abbiano radici profonde nella storia.

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Logo Federazione Italiana Liberi Editori L'associazione aderisce all'Istituto dell'Autodisciplina Pubblicitaria - IAP vincolando tutti i suoi Associati al rispetto del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale e delle decisioni del Giurì e de Comitato di Controllo.