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Curiosità
25 Gennaio 2026 - 19:20
Il Carnevale nasce come periodo di feste prima della Quaresima, un tempo di digiuno e sobrietà. Le sue radici affondano però nei Saturnalia romani, festività di dicembre dedicate a Saturno, dio dell’agricoltura. In quei giorni, padroni e schiavi invertivano i ruoli, creando un momento di distensione sociale e catarsi collettiva. Da qui deriva il desiderio di travestirsi e, per un giorno, “licet insanire”, come dicevano i latini, è lecito impazzire.
Il termine Carnevale potrebbe derivare dal latino “carne vale” (“addio alla carne”) o da “carnem levare”, a indicare l’astinenza e il digiuno quaresimale, preceduti dai giorni “grassi” di festeggiamenti.
In Piemonte, le tradizioni di Carnevale sono varie e sorprendenti. A Montà, Cisterna d’Asti e San Damiano d’Asti, un uomo coperto di miele e piume, detto l’orso, girava per il paese spaventando i bambini, simbolo della lotta tra uomo e natura. A Piasco, il venerdì di Carnevale era dedicato ai Magnin, giovani con mani e volto sporchi di cenere, che divertivano imbrattando chiunque incontrassero, mentre a Dusino si giocava al barbiere, simulando rasature con strumenti improvvisati e parlando in modo buffo.
A Montà, i giovani raccontavano in piazza i fallimenti amorosi del paese, suscitando risate e imbarazzo, mentre ovunque la chiusura del Carnevale era segnata dai falò, spesso con la bruciatura di un pupazzo simbolico, per celebrare la fine dei festeggiamenti e prepararsi alla Quaresima.
Le maschere piemontesi hanno una lunga storia e molte sono state influenzate dalla Commedia dell’Arte, diventando riconoscibili in tutta Italia. La più famosa è Gianduja, creato nel 1798 dal burattinaio Gian Battista Sales. Bonaccione, amante del cibo e del vino, rappresenta la gioia e la festa del Piemonte, fedele alla compagna Giacometta.
Non mancano altre maschere caratteristiche, ciascuna legata al proprio territorio e alle storie locali. A Biella, il dispettoso Babi sfida le ragazze del paese; a Vercelli, Bicciolano e Bela Majin simboleggiano la ribellione contro i Francesi; a Saluzzo, Ciaferlin e la Castellana rappresentano contadini e nobili; mentre a Mondovì, Il Moro e la Bella Monregalesa raccontano leggende d’amore e fondazione della città. Nel borgo di Mango, Stangon e Concetta evocano le vicende degli anni ’50 legate ai matrimoni e allo spopolamento, e a Borgosesia, Pèru Magunella diventa il difensore della città, celebrato durante il “Mercu Scur” con cerimonie scherzose ma solenni.
Il Carnevale di Ivrea, istituzionalizzato nel 1808, è celebre per la Battaglia delle Arance, in cui centinaia di tonnellate di agrumi vengono lanciate tra popolazione e tiranni, ricordando la ribellione della giovane Violetta contro il Barone. Qui il Carnevale si mescola con la storia della città, tra simbolismo e realtà, creando un evento unico.
Il Carnevale di Santhià, il più antico del Piemonte, risale almeno al 1318. Settimana di sfilate, musica, costumi e scherzi, con la famosa Colossale Fagiuolata del Lunedì Grasso, servita a 20.000 persone. La popolazione partecipa attivamente, e le maschere principali, Stevulin e Majutin, diventano padrone della città per la durata della festa.
Anche la Lachera di Rocca Grimalda racconta una ribellione popolare contro un feudatario. Qui, i Laché (servitori) ballano e insidiano la Bella, mentre i costumi bianchi e neri con labbra rosse creano un’atmosfera surreale. Il Museo delle Maschere conserva la storia e il fascino di questo rito antico.
Altri Carnevali degni di nota in Piemonte si tengono a Varallo, Vigone, Mondovì e Borgosesia, tutti con feste, sfilate e tradizioni locali uniche.
Il Carnevale piemontese è una celebrazione di storia, folklore e partecipazione collettiva, dove le maschere, la musica e i colori rendono ogni città un palcoscenico vivo e magico, capace di far rivivere antiche leggende in un’atmosfera di pura festa.
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