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Economia & Finanza

Intesa Sanpaolo , 500 miliardi agli stakeholder (e 50 agli azionisti): ecco i numeri del piano 2026-2029

Il Gruppo scommette sul “modello zero Npl”: più commissioni, meno costi e un miliardo contro le disuguaglianze, obiettivo utili per 11,5 miliardi

Intesa Sanpaolo scommette sul “modello zero Npl”: più commissioni, meno costi e un miliardo contro le disuguaglianze

In attesa delle parole del ceo Carlo Messina nella call con gli azionisti di oggi, per capire se la parola "Risiko" entrerà nel lessico e nei piani di Intesa Sanpaolo - magari anche solo accennata nel cda di ieri -, oggi 2 febbraio 2026 il Gruppo ha diffuso le note con l'approvazione dei risultati 2025 e le linee del piano economico del prossimo triennio: quello di una banca che vuole somigliare sempre meno a un “magazzino di prestiti” e sempre più a una piattaforma, capace di far girare capitale, servizi e consulenza con la precisione di un ingranaggio digitale. Intesa Sanpaolo, nel suo piano 2026-2029, mette nero su bianco una promessa che suona quasi come una sfida al lessico tradizionale del credito: confermare un modello solido, digitale e a «zero Npl», cioè con crediti deteriorati ridotti al minimo, e farlo mentre cresce la redditività, si riducono i costi e si amplia l’impatto sociale.



Un piano da 500 miliardi: numeri e destinatari
Il dato più evocativo è quello complessivo: circa 500 miliardi di valore creato per tutti gli stakeholder nel quadriennio. Ma la cifra, da sola, rischia di restare un titolo. Il piano la scompone in una mappa di benefici che racconta una strategia: 50 miliardi destinati agli azionisti; 374 miliardi di nuovo credito a medio-lungo termine, di cui 260 miliardi in Italia; 28 miliardi per il personale; 17 miliardi per i fornitori; 26 miliardi per il settore pubblico. E poi due capitoli che parlano il linguaggio del presente: circa il 30% del nuovo credito indirizzato a iniziative sostenibili e un miliardo per interventi sociali. È qui che la banca prova a tenere insieme due esigenze spesso in tensione: remunerare il capitale e, allo stesso tempo, rivendicare un ruolo “civile” nel tessuto economico. La domanda, inevitabile, è se questa architettura reggerà alla prova dei cicli: perché i piani industriali sono mappe, non il territorio. Ma la direzione è chiara: spostare il baricentro verso attività meno volatili e più ricorrenti, come le commissioni, e mantenere un profilo di rischio contenuto.

Clienti, impieghi e consulenti: la crescita passa dal digitale
Sul fronte commerciale, Intesa Sanpaolo prevede una crescita della clientela di +2,5 milioni. Aumentano anche gli impieghi (+46 miliardi) e il nuovo credito (+76 miliardi), mentre le attività finanziarie della clientela sono attese in forte espansione: +200 miliardi, con un obiettivo di circa 1.700 miliardi nel 2029. Il risparmio gestito dovrebbe crescere di +101 miliardi e i premi assicurativi danni di +0,7 miliardi. Non è solo una questione di masse: è una dichiarazione di identità. Se la banca punta a ricavi da commissioni, allora deve presidiare la consulenza e la gestione del risparmio, cioè i luoghi dove la relazione con il cliente diventa continuativa. Non a caso, la rete di consulenza è prevista in aumento di circa 3.700 persone, fino a 22.250 unità. In un’epoca in cui molte filiali si alleggeriscono e i servizi migrano online, la crescita dei consulenti segnala una scelta: digitalizzare i processi, ma non “disintermediare” la fiducia.

Redditività in salita: utile oltre 11,5 miliardi
La sostenibilità del piano, come sempre, poggia sulla redditività. Intesa Sanpaolo prevede un utile netto in progressione fino a oltre 11,5 miliardi nel 2029, con Roe al 22% e Rote al 27%. Sono numeri che, letti insieme, raccontano un modello di business a basso assorbimento di capitale e sempre più orientato ai ricavi da commissioni. Qui la metafora utile è quella della vela e del motore: il credito resta la vela, fondamentale per muoversi nell’economia reale; ma il motore, sempre più, sono i servizi. Commissioni e attività finanziarie diventano la spinta costante anche quando il vento dei tassi cambia direzione.

Costi giù grazie alla tecnologia
Sul fronte dei costi, il gruppo punta a una riduzione strutturale resa possibile dagli investimenti tecnologici già realizzati. I costi operativi dovrebbero scendere di 0,2 miliardi al 2029 rispetto al 2025. Il cost/income è atteso migliorare di 5,4 punti percentuali fino al 36,8%. È un passaggio cruciale: l’efficienza non viene presentata come una cura dimagrante episodica, ma come un effetto permanente della trasformazione digitale. In altre parole, la tecnologia non è più un capitolo di spesa “straordinario”, bensì la leva che consente di fare di più con meno, mantenendo margini elevati anche in scenari meno favorevoli.

Il pilastro del rischio
Il profilo di rischio resta uno dei cardini del piano. Il costo del rischio è stimato tra 25 e 30 punti base all’anno nel periodo 2026-2029. L’incidenza dei crediti deteriorati è prevista inferiore all’1% dei crediti totali al netto delle rettifiche, coerente con lo status di banca a «zero Npl». In un Paese dove la memoria delle crisi bancarie è ancora viva, la promessa di “zero Npl” non è solo un tecnicismo: è un messaggio di stabilità. Significa, nella sostanza, voler evitare che il credito concesso oggi diventi il problema di domani. E significa anche poter liberare risorse di capitale per sostenere crescita, investimenti e distribuzione di valore.

Sostenibilità e impatto sociale: 1 miliardo contro la povertà
Accanto agli obiettivi finanziari, il piano ribadisce il posizionamento sul fronte dell’impatto sociale: supporto alla transizione sostenibile della clientela e un contributo aggiuntivo di 1 miliardo tra il 2026 e il 2029 per contrasto alla povertà e riduzione delle disuguaglianze. È un punto che merita attenzione perché sposta il discorso dalla “responsabilità” come etichetta alla responsabilità come impegno misurabile. Un miliardo in quattro anni non risolve da solo fratture sociali profonde, ma indica una direzione: la banca vuole essere percepita come infrastruttura del Paese, non soltanto come intermediario finanziario. E il fatto che circa il 30% del nuovo credito sia destinato a iniziative sostenibili prova a legare la transizione ecologica a un flusso concreto di risorse.

La spinta europea: arriva Isywealth Europe
Nel disegno complessivo rientra anche il lancio di Isywealth Europe, piattaforma digitale e di consulenza pensata per sostenere l’espansione internazionale in Europa. È un tassello coerente con l’idea di banca-piattaforma: scalare servizi e consulenza oltre i confini, facendo leva sul digitale per crescere senza replicare ovunque strutture pesanti.

Resta, sullo sfondo, la sfida più delicata: trasformare obiettivi ambiziosi in risultati, mantenendo equilibrio tra crescita del credito (374 miliardi a medio-lungo termine), disciplina del rischio (Npl sotto l’1%) ed efficienza (cost/income al 36,8%). Se il piano riuscirà, Intesa Sanpaolo avrà dimostrato che la banca del futuro può essere insieme prudente e proattiva: un ponte tra risparmio e investimenti, tra tecnologia e relazione, tra profitto e impatto. E forse è proprio questa la scommessa più difficile: far quadrare i conti senza perdere di vista le persone che quei conti, ogni giorno, li abitano.

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