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Economia & Territorio

Torino (non più) culla dell'auto? Il fatturato dell'indotto -60%. Ecco cosa serve ora

Crisi prolungata, appello di Confartigianato: strategia europea, ZES in Piemonte

Torino e il Piemonte all’ultima curva: l’indotto dell’auto chiede una svolta

C’è un rombo trattenuto nei capannoni tra Torino e il Piemonte. Non è il suono di una catena di montaggio che riparte, ma quello di un’attesa che si fa pesante. Può davvero la “culla dell’automobile” rischiare di svegliarsi vuota? Il futuro dell’indotto allargato dell’auto — fatto di officine, competenze, servizi e famiglie — oggi si gioca su poche, decisive mosse.


UN SISTEMA AL BIVIO
Le cause della crisi hanno radici lontane, scrivano da Confartigianato, aggravate negli ultimi anni da due fattori chiave: i costi di sviluppo del prodotto ormai elevatissimi e un “tempo per arrivare sul mercato” poco performante per tutto il settore, con l’unica eccezione della Cina. Quando i cicli di innovazione si accorciano e i margini si assottigliano, ogni ritardo diventa un macigno: si arriva tardi, si spende di più, si perde terreno.

L’INDOTTO “ALLARGATO” SOTTO PRESSIONE
La sofferenza non riguarda solo i grandi marchi. A essere in trincea sono soprattutto quelle migliaia di piccole imprese che operano nell’indotto “allargato”, che comprende — oltre ai produttori di parti elementari necessarie alla grande industria — tutti i servizi diretti e indiretti collegati. Un ecosistema che, se si inceppa, trascina con sé l’intera comunità produttiva.Gabriele Taricco, presidente Meccanica e sub fornitura di Confartigianato Imprese Piemonte,dice: ”Chiediamo sgravi e incentivi per poter riconvertire e diversificare la produzione, salvare i saperi e le competenze acquisite e ridurre i costi vivi al fine di scongiurare una crisi senza precedenti che ha causato il crollo del fatturato fra 40%-60%”“Questo scenario di crisi prolungata rischia di dare il colpo di grazia per migliaia di piccole imprese – continua Taricco - e di trasformare Torino e varie zone del Piemonte da ‘culla dell’automobile’ in territori fantasma dove le auto vengono fatte altrove e non si è realizzata la necessaria riconversione verso altri modelli produttivi.” Il monito è netto: senza una strategia di riconversione, il rischio è quello di un vuoto industriale che non lascia alternative. E qui il tempo non è un dettaglio, ma il vero protagonista.

LE VOCI DEL TERRITORIO
“Da questo discendono le gravi preoccupazioni per le ricadute sui nostri subfornitori - incalza Giorgio Felici, Presidente di Confartigianato Imprese Piemonte - sull’indotto allargato e sulle famiglie degli artigiani e dei lavoratori coinvolti; è pertanto vitale un cambio di strategia per le politiche industriali in primis dell’Europa, per metterci in linea con quanto gli altri due grandi player mondiali Cina e Stati Uniti stanno facendo, mitigando l’urgenza di scelte ambientali troppo severe.” L’istanza è chiara: politiche industriali europee più pragmatiche e coerenti con quanto già accade in Cina e negli Stati Uniti, senza rinunciare agli obiettivi verdi ma calibrandone tempi e impatto sul tessuto delle Pmi. Perché la transizione, se non è sostenibile per chi produce, finisce per non esserlo neppure per la società che ne subisce gli effetti.

LA ROTTA PROPOSTA: NUOVI PRODUTTORI E ZES IN PIEMONTE
C’è anche una direzione operativa su cui si chiede di accelerare: attrarre nuovi produttori di vetture facendo leva sulla capacità di innovare delle imprese locali e sull’eccellenza delle risorse umane. Come? Con strumenti concreti. “Auspichiamo che la politica si prodighi per attrarre nuovi produttori di vetture grazie alle capacità di innovare delle nostre imprese – conclude Taricco - che metterebbero in pista l’eccellenza delle risorse umane e che la ZES (zona economica speciale) già in vigore nel Sud Italia, venga attivata nelle zone piemontesi più colpite, garantendo benefici fiscali e semplificazione burocratica. Un nodo che è stato posto in audizione alla Commissione industria del Senato lo scorso mercoledì 25 febbraio. Chiediamo sgravi e incentivi per poter riconvertire e diversificare la produzione e ridurre i costi vivi al fine di scongiurare una crisi industriale senza precedenti.” L’istituzione di una ZES in Piemonte, sul modello di quelle già operative nel Sud Italia, viene letta come leva capace di riportare investimenti, alleggerire i costi e rendere più rapidi i processi. Non è una bacchetta magica: è una corsia preferenziale per chi deve cambiare rotta senza perdere il passo.


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