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Sanità & Territorio

Torino, allarme medici di famiglia: ne mancano 600 (e nessuno vuole farlo)

La crisi del sistema sanitario parte dal basso. Il numeri della Fondazione Gimbe e dei sindacati

Medici di famiglia, il Piemonte in affanno: 600 posti scoperti e una formazione che arranca

Chi visiterà domani i nostri genitori (o noi stessi) quando staranno male? La domanda, scomoda ma inevitabile, nasce leggendo i numeri che arrivano da Torino e dal Piemonte: la medicina generale, pilastro fondante della sanità pubblica, scricchiola. E se crolla questo pilastro, tutto l’edificio rischia di inclinarsi.

I numeri dell'emergenza

A lanciare l’allarme, qualche giorno fa, è stato Roberto Venesia, medico di famiglia e segretario della sezione piemontese del più grande sindacato di categoria. I dati sono netti: in Piemonte ci sono 600 posti da medico di medicina generale scoperti. Almeno 300 servirebbero subito, per assistere migliaia di cittadini che oggi non sanno a chi rivolgersi quando si ammalano. Peccato che i professionisti disponibili siano a malapena 150. Una coperta già corta che si accorcia ancora.

Il rapporto di Gimbe
Secondo l’ultima analisi della Fondazione Gimbe (Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze), presieduta da Nino Cartabellotta, in Piemonte 433 medici di medicina generale raggiungeranno l’età pensionabile entro il 2028. Al primo gennaio 2025, riferimento temporale dello studio, ogni medico di famiglia piemontese ha in media 1.407 assistiti, a fronte di una media nazionale di 1.383 e di un rapporto “ottimale” indicato da Gimbe pari a 1 medico ogni 1.200 pazienti.

La fotografia è netta: la Fondazione riduce il numero rispetto ai sindacati, ma stima per il Piemonte una carenza di 463 medici di famiglia. Una lacuna che colloca la Regione al quinto posto nella classifica delle maggiori criticità italiane, in un Paese dove mancano oltre 5.700 medici di medicina generale. Il confronto geografico aggiunge profondità al quadro: la Lombardia guida la graduatoria con 1.540 professionisti in meno. 

Il futuro non rassicura
Lo sguardo sulla formazione non consola. Al corso destinato ai medici di famiglia, su 170 posti disponibili nella regione, stanno frequentando soltanto in 60. Domanda retorica: come si rimpiazzeranno le uscite e si colmeranno i vuoti se l’imbuto all’ingresso è così stretto?

Un mestiere che ha perso attrattiva
Le cause, spiega Venesia, sono molteplici e si toccano con mano negli ambulatori: troppa burocrazia, carichi di lavoro elevati, conflittualità con i pazienti. A questo si sommano i costi per uno studio efficiente — con personale infermieristico e amministrativo — e tutele scarse: maternità e ferie non sono garantite. La percezione è quella di una professione di “serie B”, perché la formazione è oggi non accademica, le borse di studio sono inferiori per retribuzione rispetto a quelle universitarie e il titolo non è equiparabile a una specializzazione.

Il caso Moncalieri: il paradosso del fascicolo sanitario
Colpisce, su questo sfondo, la testimonianza di Diego Pavesio, medico di famiglia di Moncalieri. A lui e ai colleghi è stato chiesto di compilare una parte del fascicolo sanitario elettronico: una sintesi della storia clinica dei pazienti per almeno il 70% dei propri assistiti. Pavesio è un medico “massimalista”: 1.150 pazienti. Basta un rapido calcolo per capirne la portata. Con 15-20 minuti a paziente, il “lavoretto” vale oltre 300 ore. Da fare in aggiunta a tutto il resto. E gratis. Si può pretendere qualità senza riconoscimento professionale ed economico?

L’effetto sui cittadini
Il risultato è visibile: la carenza di medici si riflette direttamente sull’assistenza. Una popolazione che invecchia e pronto soccorso in crisi richiederebbero l’esatto contrario: una medicina generale forte, di prossimità, capace di filtrare, prevenire, accompagnare. Se il primo presidio vacilla, la pressione si scarica altrove, nel luogo peggiore: l’emergenza.

Cosa serve davvero
I fatti raccontati da Torino e dal Piemonte indicano la rotta. Per restituire attrattiva al mestiere servono scelte chiare: alleggerire la burocrazia che sottrae tempo alla cura; riconoscere e remunerare le attività extra-assistenziali, come l’aggiornamento del fascicolo sanitario elettronico; sostenere gli studi con personale dedicato, perché il team non sia un lusso ma uno standard; garantire tutele piene, a partire da maternità e ferie; valorizzare la formazione, rendendola accademica o comunque equipollente, e adeguare le borse di studio. Non è un favore ai medici: è un investimento sui pazienti. La medicina generale è la porta d’ingresso del sistema. Tenerla aperta e solida significa evitare code infinite al pronto soccorso, prendersi cura delle fragilità prima che esplodano, riportare fiducia dove oggi prevalgono smarrimento e attese. In una parola: difendere il pilastro che sostiene la nostra sanità pubblica, prima che le crepe diventino voragini.

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