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L'inchiesta

Il futuro di Torino nel Prg tra ombre, sospetti e affari

Interrogativi sull’assessore all’urbanistica di Torino, pluri indagato a Milano

Il futuro di Torino nel Prg tra ombre, sospetti e affari

Lo Russo e Mazzoleni

C’è una linea sottile - ma decisiva - che attraversa la vicenda: quella che separa la pianificazione urbanistica dall’esercizio del potere. Ed è proprio lungo questa linea che oggi si concentra l’attenzione sul nuovo piano regolatore di Torino, il documento che dovrebbe ridisegnare la città dopo oltre trent’anni e che, invece, rischia di trasformarsi nel terreno più controverso dello scontro politico.

Scelte sulla città
Il piano regolatore, per definizione, è «il principale strumento dell’amministrazione per governare l’assetto del territorio», capace di stabilire regole, limiti e destinazioni d’uso delle aree urbane. Ma nel caso torinese non si tratta solo di norme tecniche: si parla di scelte che incidono su interi pezzi di città, dalle aree industriali dismesse, ai quartieri periferici, fino alla ridefinizione delle centralità urbane nei 34 quartieri. È qui che si gioca la partita vera. Il nuovo piano punta infatti a superare la logica dell’espansione urbana, privilegiando rigenerazione, riuso e trasformazione del patrimonio esistente. Un cambio di paradigma che riguarda in particolare le grandi aree ex industriali - storicamente uno dei nodi più delicati dell’urbanistica torinese - e che introduce maggiore flessibilità nelle destinazioni d’uso, ampliando di fatto i margini di intervento per gli operatori privati.
La nuova visione
Una visione che l’amministrazione rivendica con forza. Il sindaco Stefano Lo Russo ha parlato apertamente di una svolta, sostenendo che il nuovo piano rappresenta «la Torino del futuro», capace di tornare a crescere e di ripensare i propri spazi urbani dopo decenni di immobilismo . Una linea ribadita anche nel dibattito politico, dove da Palazzo Civico si insiste sul fatto che la città «ha archiviato la stagione della decrescita felice». Sulla stessa lunghezza d’onda l’assessore all’Urbanistica Paolo Mazzoleni, che difende l’impostazione del piano come uno strumento meno rigido e più capace di guidare - senza bloccare - le trasformazioni urbane. «Non un piano rigido, ma che rafforza la regia pubblica», ha dichiarato, rivendicando una regia politica forte sulle scelte strategiche. E ancora: un piano pensato per una città «capace di crescere ancora», con servizi di prossimità e nuove centralità diffuse in tutta Torino.

Interessi privati
Ma è proprio su questa “flessibilità” che si concentrano le critiche. Perché dietro la semplificazione delle regole e la riduzione dei vincoli urbanistici, secondo alcuni osservatori, si nasconderebbe un rischio preciso: quello di rendere il piano regolatore più permeabile agli interessi privati. Meno zonizzazione rigida, più possibilità di intervento: una combinazione che, in assenza di controlli stringenti, può cambiare radicalmente gli equilibri tra interesse pubblico e rendita. «Le scelte urbanistiche producono valore economico», osserva un tecnico del settore. «E quando aumenti la flessibilità, aumenti anche la discrezionalità». In questo contesto si inserisce il nodo politico. Perché mentre il piano regolatore avanza nel suo iter - tra commissioni, emendamenti e pressioni per accelerarne l’approvazione - resta aperta la questione della responsabilità istituzionale.
Il caso Mazzoleni
Il caso Mazzoleni, infatti, segna una frattura evidente rispetto ad altri precedenti nella stessa area politica. Il riferimento è a Elena Chiorino, che in una fase politicamente delicata ha scelto la strada delle dimissioni (anche se a metà), segnando una cesura netta tra ruolo istituzionale e polemiche. Qui, invece, la scelta è opposta. Mazzoleni (Indagato in 4 inchieste diverse) resta al suo posto, rivendicando la correttezza del proprio operato e la centralità del lavoro svolto sul piano regolatore. Una decisione che apre interrogativi difficili da eludere: perché in un caso si è ritenuto necessario fare un passo indietro e in un altro no? «Il tema non è giudiziario, ma politico», sottolinea un esponente dell’opposizione. «Quando sei nel cuore delle decisioni urbanistiche di una città, il livello di responsabilità è massimo. E anche solo il dubbio dovrebbe imporre cautela». Il punto, però, resta sempre lo stesso: il piano regolatore. Perché è lì che si concentrano interessi, aspettative e potenziali conflitti. È lì che si decide cosa diventeranno le ex fabbriche, come verranno trasformati i quartieri, quali funzioni potranno insediarsi e dove. E soprattutto è lì che si misura la trasparenza dell’azione pubblica.

Il futuro di Torino
Mentre il Consiglio comunale si prepara a discutere il progetto preliminare e a portarlo verso l’approvazione finale, una domanda continua a circolare, sottotraccia, ma sempre più insistente: chi sta davvero disegnando la Torino del futuro? Perché quando il piano regolatore smette di essere solo uno strumento tecnico e diventa terreno di scontro politico, il rischio è che la città venga ridisegnata non solo sulle mappe, ma nei rapporti di potere (politico e non solo) che la governano.

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