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Un mistero a San Damiano d'Asti

Pugnalato al petto, con i calzini in bocca, davanti a "Lourdes": Il giallo di Raffaele (e il fratello diventa detective)

La famiglia non crede alle indagini della Procura. Da giorni il ragazzo si sentiva minacciato e sono spariti i telefoni

Alla Madonnina di San Damiano, un caso che non si chiude: il fratello non si arrende

Nel cuore del Monferrato, tra filari e campanili, c’è una piazzetta che non trova pace. È la “Madonnina” di San Damiano d’Asti, un luogo di devozione diventato, da un anno, sinonimo di domande irrisolte. Lì, all’alba del 25 marzo 2025, è stato trovato senza vita Raffaele Cotto. Da allora suo fratello, Gabriele — un giovane mite, timido, che lavora in una cantina — ha smesso i panni dell’abitudine e indossato quelli dell’investigatore caparbio. Perché a volte la verità non arriva bussando alla porta: va rincorsa, tassello dopo tassello. E il caso, ora, supera i confini provinciali: dopo l’inchiesta de La Nuova Provincia, si accende l'interesse di una trasmissione nazionale, attirando l’attenzione su San Damiano d’Asti.


L’alba alla Madonnina
Alle 7,30 di quel 25 marzo 2025 un operaio, arrivato in piazzetta per incontrare il capo e andare al lavoro, trova Raffaele a terra, nel sangue. Parte la chiamata al 112, arrivano i carabinieri, l’area viene interdetta per quasi tutta la giornata per i rilievi scientifici. I segni, a un primo sguardo, evocano uno scenario da omicidio: una coltellata dritta al cuore, due calzini appallottolati infilati in bocca, un sacchetto di plastica sul capo — non serrato ermeticamente. Un compendio di simboli che, in altri contesti criminali, suonano come avvertimenti.

L’ipotesi ufficiale e i dubbi di famiglia
L’ipotesi dell’omicidio, iniziale, si affievolisce quando a casa di Raffaele — che viveva da solo, in un alloggio vicino a quello del fratello — viene trovato un biglietto. Per gli inquirenti è un addio: la morte viene archiviata come suicidio. Per Gabriele e i suoi, no. «Quello che si trova nel fascicolo dell’archiviazione non porta alla conclusione certa del suicidio. Non sosteniamo per forza che sia stato ucciso, ma vogliamo la verità sull’accaduto. Perché anche se ci provassero che è stato un suicidio, vi sarebbe da indagarne i motivi e trovare chi lo ha spinto a tanto», dice il fratello. La famiglia osserva che quel foglio «non è con certezza un messaggio di addio, piuttosto un biglietto di scuse per l’episodio accaduto 10 giorni prima».

Raffaele e Gabriele Cotto


Un suicidio "anomalo"
Il medico legale ritiene compatibili direzione e forza della ferita con un gesto autoinferto. Ma la domanda resta: perché due calzini in bocca, un sacchetto in testa e un fendente al cuore? Una messinscena o l’ossessione di una teatralità estrema? Raffaele, raccontano, era una persona mite e buona, non incline all’uso di armi bianche, non autolesionista, con evidenti menomazioni fisiche, soprattutto alle braccia. È verosimile che abbia scelto quella modalità? E, ancora: se davvero voleva togliersi la vita, perché raggiungere nel cuore della notte un luogo isolato come la Madonnina, quando viveva solo e avrebbe potuto restare tra le mura di casa? «A meno che non fosse stato attirato lì da qualcuno», suggerisce Gabriele.

Gli oggetti che "compaiono" e le strade senza telecamere
Le immagini di videosorveglianza precedenti al decesso mostrano Raffaele avviarsi verso la Madonnina senza zaini, borse o sacchetti. Da dove sarebbero spuntati, dunque, i calzini, il sacchetto e il lungo coltello? E soprattutto: perché sul luogo ce ne sarebbe stato più d’uno? Il piazzale, inoltre, è raggiungibile da vie alternative non coperte dalla videosorveglianza: chi, eventualmente, avesse avuto un appuntamento con lui, avrebbe potuto arrivare e andarsene senza lasciare traccia elettronica.

Il "buco" di via Pero
C’è poi un’assenza che pesa come un macigno: le telecamere di via Pero, per “ragioni tecniche”, risultano spente proprio al passaggio di Raffaele. Un blackout provvidenziale, o una coincidenza? In casi così fragili, a volte il silenzio digitale fa più rumore di mille parole.

I telefoni che parlano (e quello "fantasma")
Nel fascicolo in Procura, sulla base del quale è stata chiesta l’archiviazione, mancavano i tabulati dei due cellulari di Raffaele: quello perso dieci giorni prima e quello in uso al momento della morte. Eppure, ricostruzioni successive indicano che entrambi sarebbero rimasti in funzione: il primo anche dopo la sparizione, il secondo dopo il decesso. Non risultano nemmeno attività di geolocalizzazione di altre utenze nella zona della Madonnina nelle fasi immediatamente precedente e successiva alla morte: in un’area così isolata, verificare eventuali presenze estranee sarebbe stato più agevole. Gabriele è riuscito a ottenere dalla compagnia telefonica solo i tabulati in uscita (per quelli in entrata serve un provvedimento del giudice): bastano, però, a mostrare contatti serrati fino a pochi minuti prima della camminata verso la Madonnina con un numero poi risultato inesistente ai successivi controlli, inizialmente rubricato con un nome di copertura. Chi c’era dietro quella scheda “evaporata”?

Dieci giorni prima: la serata che cambia tutto
Secondo Gabriele, la chiave potrebbe stare in un episodio avvenuto dieci giorni prima. Dopo una cena tra amici, complice forse un bicchiere di troppo secondo alcune testimonianze, Raffaele si ferma con l’auto in una zona isolata poco prima di San Damiano. Piove. Una passante chiama il 112 segnalando una persona riversa nel fango. Non arriva un’ambulanza, ma una pattuglia dei carabinieri: lo trovano in auto, dorme; dice di non aver bisogno. Quella sera, però, Raffaele perde il cellulare. Da allora si agita, teme di essere intercettato come mai prima, esce poco di casa. Compra un nuovo telefono. Né l’uno né l’altro saranno mai ritrovati.

La battaglia di Gabriele e l'eco mediatica
Nel frattempo, Gabriele non arretra. Usa il tempo libero dalla cantina per ricostruire le ultime ore del fratello, incontra amici, confronta ciò che sa con ciò che trapela dagli atti, chiede tabulati, mette in fila dati e incongruenze. «Ogni volta che aggiungevo un tassello, si rafforzava la mia convinzione che non sia stata fatta piena luce», racconta. La famiglia si affida all’avvocato Alberto Avidano, che si oppone all’archiviazione motivando le anomalie e chiedendo ulteriori indagini. Ma arriva un nuovo no a procedere. «Non sono stati svolti numerosi accertamenti che invece, secondo noi, erano necessari — osserva Avidano —. Purtroppo i mezzi investigativi a noi consentiti sono molto limitati: non abbiamo ottenuto i tabulati in entrata del cellulare di Raffaele, non possiamo “tracciare” le utenze transitate sul posto in quei momenti, né ricercare impronte digitali sugli oggetti rinvenuti. A parte “l’intimo convincimento” del fratello, riteniamo che in quelle carte manchino pezzi decisivi in un senso o nell’altro». 

Le domande che restano
La troupe di una trasmissione nazionale è stata avvistata, in questi giorni, a San Damiano, a ricostruire il caso, dopo l'inchiesta della collega Daniela Peira. Un caso in cui resta una sequenza di perché: perché la scelta di un luogo sacro e isolato? Perché un copione tanto complesso per un atto disperato? Chi era dall’altra parte di quel numero “fantasma”? Perché un blackout di telecamere proprio al passaggio decisivo? E dove sono finiti i due cellulari? Nel mosaico della “Madonnina” i tasselli ci sono, ma alcuni — forse i più importanti — attendono ancora di essere incastrati.

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