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Economia
06 Aprile 2026 - 11:15
Foto Depositphotos
La crisi energetica torna a far paura, facendo riemergere uno scenario che molti pensavano definitivamente archiviato: il possibile ritorno alla didattica a distanza e allo smart working. A rilanciare l’allarme è il mondo della scuola, visto il quadro globale che al momento è segnato da tensioni geopolitiche e da un’impennata dei costi dell’energia. Secondo il presidente nazionale di Anief, Marcello Pacifico, se la situazione dovesse peggiorare nelle prossime settimane, Governo e Parlamento potrebbero essere costretti a valutare misure straordinarie già a partire da maggio. Tra queste, il ritorno temporaneo alla Dad e un ricorso più ampio al lavoro agile nella pubblica amministrazione, con l’obiettivo di contenere i consumi energetici.
L’ipotesi nasce da un dato concreto: l’aumento dei prezzi di luce, gas e carburanti rischia di spingere l’inflazione verso livelli molto elevati entro l’estate, quindi ridurre i consumi diventerebbe una priorità nazionale. La scuola, sottolinea Pacifico, dovrebbe restare “l’ultimo settore da fermare”, ma non può considerarsi del tutto al riparo se la crisi dovesse aggravarsi. Ma bisogna muoversi con calma. Dopo il ritorno alla didattica in presenza seguito alla pandemia, l’eventualità di un nuovo passaggio al remoto riapre un dibattito che coinvolge sia studenti che docenti. Per molti, significherebbe affrontare nuovamente un modello di insegnamento emergenziale, con tutte le criticità già sperimentate negli anni passati. Intanto, i segnali di tensione sul fronte energetico sono già arrivati alle porte di casa. In Italia, alcuni aeroporti - tra cui Bologna, Milano Linate, Treviso e Venezia - hanno segnalato disponibilità limitata di carburante per aerei. Le compagnie aeree avvertono che, se la situazione dovesse protrarsi, potrebbero esserci ripercussioni sui voli già nelle prossime settimane.
Alla base di questo scenario c’è un fattore geopolitico preciso: il prolungarsi del conflitto in Medio Oriente e la chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il traffico globale di petrolio. Il blocco dei flussi ha innescato uno shock energetico senza precedenti, con effetti immediati su prezzi e approvvigionamenti. In Asia, diversi governi hanno già adottato misure drastiche. Nelle Filippine e in Pakistan è stata introdotta la settimana lavorativa di quattro giorni per gli uffici pubblici, accompagnata da un ampio ricorso allo smart working. In Egitto è stato reso obbligatorio un giorno di lavoro da remoto a settimana, mentre Paesi come Vietnam, Malaysia e Thailandia stanno incentivando massicciamente le attività a distanza. In altri casi, come in Myanmar e Laos, sono state introdotte formule ibride e rotazioni per ridurre i consumi.
Anche l’Europa si muove, seppur con maggiore cautela. Le istituzioni comunitarie hanno invitato gli Stati membri a promuovere il lavoro agile e a ridurre gli spostamenti non essenziali, nel tentativo di contenere l’impatto dell’inflazione energetica, che ha già raggiunto livelli preoccupanti. Nel settore privato, la risposta è stata ancora più rapida. Le grandi aziende tecnologiche hanno riattivato protocolli di lavoro remoto su larga scala, sia per contenere i costi sia per motivi di sicurezza. Alcune multinazionali hanno esteso lo smart working a livello globale, soprattutto per i dipendenti non coinvolti in attività operative critiche.
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