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29 Aprile 2026 - 15:18
ROBERTO REPOLE
L’arcivescovo di Torino, Roberto Repole, interviene in modo diretto in vista della Festa del Lavoro, in una lettera che si distingue per il tono personale e per una serie di interrogativi destinati a far discutere il territorio. «Il nostro cuore in questo tempo di guerra è turbato e deve vigilare per non abituarsi», scrive Repole. «Anche la Festa del Lavoro contiene quest’anno motivi di inquietudine», aggiunge, evidenziando come i conflitti in corso abbiano ricadute economiche anche in Piemonte. Il passaggio più netto è il legame tra guerra e occupazione: «Le guerre seminano morte nel mondo eppure qui rappresentano un vantaggio economico per le aziende che producono forniture militari. Ci va bene così? Accettiamo qualsiasi tipo di lavoro, purché sia lavoro? Lo domando a me prima che ad altri», precisa. Allo stesso tempo, riconosce le difficoltà di chi cerca occupazione: «Nessuno può pretendere che i disoccupati rifiutino le occasioni di lavoro, perché sono l’anello più fragile della catena».
Ma proprio per questo, insiste, è necessario fermarsi a riflettere: «Dobbiamo fermarci e riflettere, se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi. Si preferisce parlare di industria della Difesa, ma è inutile girarci attorno: il mercato degli ordigni di morte sta fiorendo. Sta distribuendo ricchi profitti agli azionisti solo perché le armi vengono usate in altre parti del mondo per uccidere e devastare». Da qui la convinzione che non sia possibile separare i piani: «Non possiamo cercare la vita con una mano e toglierla con l’altra, non possiamo disgiungere pace e lavoro».
Il messaggio si allarga poi a una riflessione più ampia sul futuro del territorio: «Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?», domanda l’arcivescovo, con il timore di una trasformazione profonda del tessuto produttivo locale. Nel testo trova spazio anche un richiamo alle parole di Leone XIV: «Non basta parlare di pace», cita Repole, «occorre la volontà di smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte. Fermiamoci e ragioniamo tutti insieme», scrive, chiamando in causa «istituzioni e cittadini, imprenditori, sindacalisti, famiglie». La questione, sottolinea, è prima di tutto identitaria: «Eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi?». In conclusione, la Chiesa torinese si propone come spazio di confronto: «È pronta a offrirsi come luogo di incontro, confronto e approfondimento».
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