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Il fatto

Ghost Pitùr a Torino: l’imbianchino anonimo che cancella i graffiti

Dopo Brescia, il “Banksy al contrario” arriva nel capoluogo piemontese e documenta sui social i suoi interventi di ripristino

Ghost Pitùr a Torino: l’imbianchino anonimo che cancella i graffiti

Negli ultimi giorni Torino è finita al centro dell’attività di Ghost Pitùr, l’imbianchino anonimo che da tempo documenta sui social il proprio lavoro di ripristino dei muri urbani imbrattati. Su Facebook ha pubblicato video e fotografie che lo mostrano mentre interviene su facciate della città, coprendo scritte e graffiti e riportando le superfici a un aspetto pulito e uniforme.

Un gesto che non nasce come performance, ma come prosecuzione di una pratica artigianale: quella di chi lavora ogni giorno con pennello e tinteggiatura, e che negli anni ha trasformato il proprio mestiere in una sorta di intervento “notturno” e diffuso nelle città italiane.

Ghost Pitùr è ormai conosciuto proprio per questo: anonimato totale, felpa o cappuccio, nessuna esposizione diretta del volto. E soprattutto una posizione chiara, ribadita più volte: non si considera un artista.

Nella sua storia personale emerge un profilo preciso: imbianchino di professione, titolare di una ditta, attivo tra lavori per privati e aziende. Una formazione tecnica che include anche studi superiori e universitari, ma che non ha mai sostituito il legame con il lavoro manuale.

Prima di Torino c’è stata Brescia, città in cui il suo nome ha iniziato a circolare con più forza grazie ai primi interventi documentati sui social. Ora lo schema si ripete nel capoluogo piemontese: individuazione dei muri imbrattati, valutazione del contesto e intervento di copertura con il colore più vicino possibile all’originale.

Le immagini pubblicate in questi giorni mostrano angoli urbani torinesi trasformati in poche ore: superfici segnate da scritte e tag riportate a una condizione più neutra, quasi “azzerata”.

Tra social e città reale

Il caso di Ghost Pitùr si inserisce in un fenomeno più ampio: quello dei cosiddetti “pulitori urbani social”, figure che documentano su Instagram e Facebook interventi di pulizia o ripristino dello spazio pubblico.

Accanto a lui si citano spesso altri profili simili attivi a Roma o Milano, dove la narrazione del “decoro urbano” diventa contenuto digitale e, inevitabilmente, anche discussione pubblica.

Il nodo dello spazio pubblico

Dietro queste azioni resta un tema irrisolto: quello della gestione dei muri urbani e delle scritte vandaliche, in un quadro normativo spesso percepito come debole e frammentato. In Italia, infatti, l’applicazione delle regole passa soprattutto attraverso l’Articolo 639 del Codice Penale, ma la sua efficacia dipende dalla capacità di individuare e perseguire gli autori.

È anche per questo che interventi come quelli di Ghost Pitùr dividono: c’è chi li vede come una forma di cura spontanea della città e chi, invece, solleva questioni su metodo, autorizzazioni e confini del gesto individuale.

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