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Stipendi, aumenti in busta paga da marzo: fino a 850 euro in più all’anno

Tassazione al 5% sugli aumenti contrattuali per chi guadagna fino a 33mila euro

Stipendi, aumenti in busta paga da marzo: fino a 850 euro in più all’anno

Con l’arrivo di marzo entrano in vigore alcuni effetti della nuova Legge di Bilancio che riguardano direttamente gli stipendi di molti lavoratori italiani. In busta paga inizierà infatti ad applicarsi la nuova imposta sostitutiva al 5% sugli aumenti derivanti dai rinnovi dei contratti collettivi, una misura pensata per ridurre il peso delle tasse sugli incrementi salariali.

La novità riguarda i lavoratori con un reddito annuo fino a 33mila euro, che potranno quindi beneficiare di una tassazione molto più bassa sugli aumenti di stipendio rispetto alle normali aliquote IRPEF.

In pratica, gli aumenti previsti dai rinnovi contrattuali peseranno di più sullo stipendio netto.

Grazie alla nuova misura, sulla quota di aumento non verranno applicate le normali aliquote dell’IRPEF e le addizionali locali, ma una tassa sostitutiva pari solo al 5%.

Questo significa che una parte maggiore dell’aumento resterà nelle tasche dei lavoratori, invece di essere assorbita dalle imposte. Il beneficio viene applicato direttamente in busta paga dal datore di lavoro e riguarda solo l’incremento salariale legato al rinnovo del contratto, non l’intero stipendio.

Secondo le simulazioni della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, il vantaggio economico può variare tra circa 190 e 850 euro all’anno, a seconda dell’entità dell’aumento e della situazione reddituale del lavoratore.

A chi si applica la flat tax sugli aumenti

La cosiddetta flat tax sugli aumenti di stipendio si applica esclusivamente alla quota di retribuzione derivante dai rinnovi dei contratti collettivi nazionali.

Senza questa misura, l’aumento sarebbe tassato con le normali aliquote IRPEF, che per molti lavoratori possono arrivare al 23% o al 25%, oltre alle addizionali regionali e comunali.

Con la nuova imposta sostitutiva, invece, su quella stessa cifra si paga solo il 5%, con un vantaggio evidente sullo stipendio netto.

L’Agenzia delle Entrate ha chiarito inoltre che l’agevolazione viene applicata automaticamente dal datore di lavoro, salvo eventuale rinuncia scritta da parte del dipendente.

Il meccanismo è piuttosto semplice. Sugli aumenti derivanti dal rinnovo dei contratti collettivi viene trattenuto soltanto il 5% di imposte. In altre parole, il 95% dell’aumento resta al lavoratore.

Per esempio, con un incremento lordo di mille euro l’anno, le imposte ammontano a 50 euro, mentre 950 euro restano netti in busta paga. Con il sistema ordinario, invece, il netto sarebbe stato molto più basso.

Le analisi della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro mostrano che il vantaggio cambia in base al settore e all’entità degli aumenti contrattuali.

  • Commercio: è uno dei comparti con il beneficio più alto. Un lavoratore di livello II con circa 31.400 euro di reddito annuo e un aumento contrattuale di 2.698 euro potrebbe ottenere fino a 851 euro di risparmio fiscale all’anno.

  • Telecomunicazioni: con un reddito di circa 30.248 euro e un aumento di 1.709 euro, il vantaggio supera i 500 euro annui.

  • Metalmeccanico: il beneficio risulta più contenuto. Per un lavoratore con 841 euro di aumento contrattuale, il risparmio fiscale è di circa 250 euro all’anno, mentre in altri casi può scendere intorno ai 188 euro.

Agevolazioni anche su straordinari e lavoro notturno

La normativa prevede inoltre una tassazione agevolata del 15% sui trattamenti accessori, cioè su alcune componenti della retribuzione come:

  • lavoro notturno

  • turni festivi

  • straordinari

Secondo le simulazioni, con 1.500 euro annui di trattamenti accessori il risparmio fiscale può andare da circa 80 euro fino a quasi 690 euro l’anno, a seconda del reddito complessivo del lavoratore.

Una misura che punta quindi a rendere più concreti gli aumenti salariali previsti dai contratti, lasciando una quota più alta di stipendio direttamente nelle tasche dei lavoratori.

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