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natura
29 Aprile 2026 - 22:10
A pochi passi dalla maestosa Abbazia di Lucedio e dalla chiesa della Madonna delle Vigne, giace il piccolo cimitero di Darola. Un tempo fulcro di una comunità operosa, oggi il sito è quasi totalmente occultato dalla fitta vegetazione e ferito da anni di vandalismi e sciacallaggi. Ciò che rimane è un intrico di rovi che custodisce i segreti di un territorio che fu cuore pulsante del "Principato di Lucedio".
La storia di Darola è indissolubilmente legata alla bonifica dei monaci cistercensi, che intorno al XII secolo trasformarono queste terre in aree produttive d'eccellenza. Dopo secoli di complessi passaggi di proprietà tra ordini religiosi e famiglie laiche, nel 1707 il territorio passò nelle mani dei Savoia, per poi essere acquisito dall'Ordine di San Maurizio nel 1780 e, infine, passare sotto il dominio di Napoleone Bonaparte nel 1800. La chiesetta interna al cimitero, con i suoi tratti architettonici gotici o tardo-gotici, suggerisce però un'origine ben più antica delle mappe settecentesche, risalente probabilmente tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento.
Nonostante l'incertezza sulla data delle prime sepolture, a causa della distruzione delle lapidi, il cimitero visse una stagione di particolare importanza nell'Ottocento. Rispettando i dettami dell'Editto di Saint Cloud (1804), che imponeva i cimiteri fuori dalle mura urbane, Darola accolse salme di prestigio.
Il declino definitivo è iniziato nel secondo dopoguerra. Lo spopolamento delle campagne e la scelta di concentrare le sepolture in cimiteri più ampi, come quello di Trino, hanno condannato Darola all'isolamento. Oggi, di quel luogo sacro rimane ben poco: le tombe sono state profanate, i rivestimenti preziosi asportati e le cappelle di famiglia ridotte a ruderi. Resta, per chi osserva ciò che la natura non ha ancora inghiottito, la malinconia per un pezzo di storia piemontese che rischia di scomparire definitivamente, vittima dell'incuria e della perdita di rispetto per le proprie radici.
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