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economia
06 Aprile 2026 - 22:00
Foto di repertorio
Dopo l'allarme per il carburante aereo, l'attenzione del Paese si sposta sul gasolio, il vero motore della logistica e dell'industria italiana. Con lo Stretto di Hormuz sotto scacco a causa del conflitto in Iran, la domanda che agita i mercati è una sola: quanto può resistere l'Italia prima che i distributori restino vuoti? I numeri descrivono una situazione complessa: a fronte di un consumo nazionale di 24 milioni di tonnellate l'anno, le scorte dedicate ammontano a meno di 2 milioni.
A un primo sguardo, il calcolo appare drammatico: le riserve coprirebbero appena 30 giorni di domanda. Tuttavia, si tratta di una fotografia parziale. L'Italia, infatti, non è solo un importatore, ma anche un raffinatore d'eccellenza. Il gasolio che transita per Hormuz vale circa 3 milioni di tonnellate l'anno (l'8.200 tonnellate al giorno); se consideriamo solo questo "buco" nelle forniture, le scorte attuali potrebbero teoricamente colmare il deficit per oltre 240 giorni.
Il paradosso italiano è che il Paese produce più diesel di quanto ne consumi: ne esportiamo 8 milioni di tonnellate a fronte di 5 milioni importate. Il problema, però, non è la disponibilità fisica, ma la proprietà del prodotto. Le grandi raffinerie di Sarroch (Sardegna) e Priolo (Sicilia) sono gestite da trader globali come Vitol e Trafigura. Se quel carburante è già vincolato da contratti internazionali, non è scontato che possa essere trattenuto sul mercato interno per far fronte all'emergenza nazionale.
Mentre la logistica tiene, è il portafoglio dei cittadini a subire l'impatto immediato. Il prezzo del gasolio ha già sfiorato i 2,1 euro al litro e, senza la proroga del taglio delle accise (valida fino al 1° maggio), salirebbe rapidamente verso i 2,34 euro.
Oltre al blocco fisico delle navi, l'Italia deve affrontare la concorrenza degli Stati Uniti, che stanno rastrellando prodotti finiti sui mercati internazionali. Come sottolineato dagli esperti del settore, la vera sfida non è "quando finiranno i serbatoi", ma quanta capacità di raffinazione tradizionale resterà al Paese, considerando che poli come Gela, Venezia e Livorno sono stati convertiti in bioraffinerie, riducendo l'elasticità industriale necessaria in tempi di crisi bellica.
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