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Salute
25 Gennaio 2026 - 15:20
Il virus Nipah ha fatto nuovamente notizia in India, con cinque nuovi casi confermati nello Stato del Bengala Occidentale, tra cui alcuni operatori sanitari. Circa un centinaio di persone sono state messe in quarantena. Pur essendo un virus endemico del Sud-est asiatico e classificato ad alto rischio per il suo potenziale epidemico, gli esperti rassicurano: “Non c’è motivo di allarme”. Tuttavia, è richiesta prudenza e vigilanza.
Il Nipah è principalmente una malattia zoonotica, cioè trasmessa dagli animali all’uomo. Tra i principali serbatoi ci sono i pipistrelli della frutta e i maiali, ma sono stati segnalati casi anche tra cani, gatti e cavalli. La trasmissione può avvenire anche attraverso alimenti contaminati o tramite contatto diretto da persona a persona, soprattutto con fluidi corporei, come accade in famiglia o in ospedale.
Le manifestazioni cliniche possono variare molto, da assenza di sintomi fino a gravi infezioni respiratorie, convulsioni o encefalite. Nei pazienti sintomatici si osservano febbre, mal di testa, dolori muscolari, vomito e mal di gola. Nei casi più gravi, possono comparire vertigini, sonnolenza, confusione mentale e problemi neurologici, con possibile evoluzione verso coma entro 24–48 ore. Alcuni pazienti sviluppano anche polmonite atipica e sindrome da distress respiratorio acuto.
Il tasso di mortalità stimato varia tra il 40% e il 75%, a seconda del focolaio e della qualità della sorveglianza sanitaria. Il periodo di incubazione va in media dai 4 ai 14 giorni, ma in alcuni casi può estendersi fino a 45 giorni. Anche dopo la guarigione, chi ha avuto encefalite acuta può manifestare effetti neurologici residui. Sono stati documentati casi di recidiva.
Al momento non esiste un vaccino né una terapia specifica per il Nipah: il trattamento è esclusivamente sintomatico.
Il virus Nipah è noto da decenni e provoca focolai ricorrenti in Sud-est asiatico, soprattutto in India, Bangladesh, Malesia e Singapore. Il primo focolaio documentato risale al 1998-1999, con 265 casi e oltre 100 morti tra Malesia e Singapore. Molti contagi erano collegati al contatto diretto con maiali malati o i loro tessuti.
Successivamente, i pipistrelli della frutta sono stati identificati come serbatoi principali del virus, con trasmissione indiretta attraverso frutta o succhi contaminati. Nel 2018, nello stato indiano del Kerala, 23 persone furono infettate e 21 morirono.
L’epidemiologo Gianni Rezza sottolinea che i nuovi casi in India non rappresentano una novità e che al momento non si registrano contagi in Occidente. “Non c’è motivo di creare panico, ma bisogna mantenere attenzione e cautela”, afferma, ricordando il rischio di eventuali mutazioni.
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