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Lavorare in Italia
03 Febbraio 2026 - 07:55
Nei prossimi dieci anni, il mercato del lavoro italiano potrebbe affrontare un ridimensionamento profondo. Secondo un’analisi di Adapt basata su dati Istat e ripresa da Il Sole 24 Ore, il numero degli occupati potrebbe diminuire di oltre 4 milioni di unità. I settori più colpiti sarebbero la Pubblica amministrazione, la scuola e l’industria, con una perdita stimata vicina al 20% della forza lavoro.
Una quota rilevante dei lavoratori italiani ha oggi tra i 55 e i 64 anni: questa fascia rappresenta circa il 23% degli occupati tra i 15 e i 64 anni. In assenza di un adeguato ricambio generazionale, l’uscita per pensionamento potrebbe tradursi in una drastica riduzione dell’occupazione complessiva.
I comparti con l’età media più elevata risultano i più vulnerabili. In Pubblica amministrazione e Istruzione, l’età media supera spesso i 50 anni. Particolarmente critica è la situazione della manifattura, dove i lavoratori tra 55 e 64 anni sono circa 872mila. Su un totale di poco più di 4,2 milioni di occupati, la perdita potenziale si avvicina a un quinto degli addetti.
Altri settori mostrano una maggiore capacità di tenuta. Alloggio e ristorazione, servizi di informazione e comunicazione e attività artistiche e culturali presentano una minore incidenza di lavoratori anziani. In questi ambiti, la presenza di occupati più giovani riduce l’impatto dei pensionamenti futuri.
Accanto ai pensionamenti pesa in modo determinante il calo delle nascite. Da anni l’Italia registra meno di 400mila nuovi nati all’anno e nel 2024 è stato raggiunto il minimo storico di fecondità, con 1,18 figli per donna. Questo fenomeno, noto come effetto “culle vuote”, limita fortemente il bacino di futuri lavoratori.
Le stime indicano che gli occupati tra 15 e 64 anni potrebbero scendere da 23,1 milioni a 18,8 milioni in un decennio, pari a una riduzione del 18,6%. Il ricambio generazionale, quindi, non sarebbe sufficiente a compensare le uscite dal lavoro.
Le proiezioni restano comunque orientative e potrebbero cambiare con eventuali riforme pensionistiche o con una maggiore permanenza al lavoro degli over 55. Tuttavia, le leve principali riguardano soprattutto l’accesso al lavoro.
In primo luogo, è necessario favorire l’occupazione giovanile: in Italia si contano circa 1,4 milioni di Neet tra i 15 e i 29 anni, ovvero giovani che non studiano, non lavorano e non cercano occupazione. Inoltre, l’ingresso nel mondo del lavoro è spesso tardivo: l’uscita dalla famiglia d’origine avviene mediamente a 30 anni, contro i 26,4 anni della media europea.
Altro nodo centrale è l’occupazione femminile. Il tasso di impiego delle donne tra 15 e 64 anni è intorno al 54%, oltre 12 punti sotto la media Ue, con valori ancora più bassi nel Mezzogiorno. Le donne rappresentano la maggioranza degli inermi al lavoro che hanno smesso di cercare un’occupazione.
Rilevante anche il contributo dei lavoratori stranieri, che nel 2024 rappresentavano il 10,5% dell’occupazione totale. Rendere l’Italia più attrattiva, soprattutto per i migranti qualificati, diventa quindi strategico. Infine, resta la sfida di aumentare l’occupazione nella fascia 55-64 anni, ancora inferiore rispetto ai Paesi del Nord Europa.
Nel breve periodo, i dati mostrano segnali incoraggianti. A dicembre 2025, il tasso di disoccupazione è sceso al 5,6%, uno dei livelli più bassi dall’inizio delle serie storiche. Gli occupati superano i 24 milioni, anche se si registra una lieve flessione mensile legata soprattutto ai contratti a termine.
Su base annua, il saldo resta positivo: aumentano i lavoratori a tempo indeterminato e gli autonomi, mentre diminuiscono gli occupati con rapporti temporanei. Un miglioramento che, però, non elimina le criticità strutturali legate a invecchiamento della popolazione e crisi demografica.
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