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Il caso

Scontri a Torino, scarcerati Campaner e Desideri. Ai domiciliari Simionato

Il gip ha confermato l'arresto ma disposto la misura dell'obbligo di firma per i torinesi: diversa la situazione del toscano

Scontri a Torino, scarcerati Campaner e Desideri

Sono stati scarcerati con obbligo di firma due dei tre arrestati per gli incidenti avvenuti a Torino il 31 gennaio, durante la manifestazione pro Askatasuna. Si tratta di Matteo Campaner e Pietro Desideri, fermati con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale. Per entrambi, al termine dell’udienza di convalida, il gip del tribunale di Torino ha confermato l’arresto disponendo però una misura meno afflittiva rispetto al carcere: dovranno presentarsi periodicamente alla polizia giudiziaria. Resta invece agli arresti domiciliari Angelo Simionato, 22 anni, accusato di aver preso parte alla brutale aggressione ai danni di un poliziotto, rimasto a terra inerme e colpito con pugni, calci e martellate. Nelle ordinanze con cui si è pronunciata sulle tre posizioni, la gip Irene Giani parla di una vera e propria “guerriglia urbana”, preceduta da un’azione “evidentemente preordinata e organizzata” da parte di una frangia dei manifestanti. La giudice fa riferimento anche alla “brutale aggressione” subita da una troupe della Rai durante i disordini. La decisione ha immediatamente innescato reazioni politiche. Il presidente dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri, in un video pubblicato sui social, ha definito la scarcerazione «una decisione che ci sconcerta e ci amareggia», parlando di un provvedimento che «offende il sacrificio delle Forze dell’ordine» e accusando la magistratura di un «uso politico della giustizia». Sulla stessa linea il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini, che ha commentato la notizia scrivendo: «Già a piede libero. Vergogna. Votare sì al referendum sulla Giustizia è un dovere morale». Critiche anche da Fratelli d’Italia. La senatrice Paola Ambrogio ha parlato di un «messaggio devastante» lanciato dalle scarcerazioni, sostenendo che una risposta giudiziaria debole a fatti gravi «mina la credibilità delle istituzioni» e alimenta un diffuso senso di insicurezza. Secondo Ambrogio, la vicenda conferma la necessità di una riforma profonda della magistratura per ristabilire certezza della pena e autorevolezza dello Stato.

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