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Il caso
14 Febbraio 2026 - 18:30
A quasi due anni dalla scomparsa di Aleksej Navalny, il caso della sua morte subisce una svolta senza precedenti. Germania, Francia, Gran Bretagna, Svezia e Paesi Bassi hanno accusato formalmente il governo di Vladimir Putin di aver orchestrato l'assassinio dell'oppositore all'interno del campo di prigionia siberiano in cui era detenuto. La dichiarazione congiunta, rilasciata a margine della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, parla chiaro: Navalny sarebbe stato ucciso con una tossina rarissima, un'arma letale che, secondo i governi europei, solo l'apparato statale russo avrebbe avuto l'interesse e i mezzi per impiegare.
Per comprendere la portata di questa accusa, occorre ricordare chi fosse Alexei Navalny. Considerato per oltre un decennio il più pericoloso e carismatico oppositore del Cremlino, Navalny aveva costruito il suo consenso denunciando la corruzione della classe dirigente russa attraverso inchieste virali sul web. Dopo essere sopravvissuto a un primo tentativo di avvelenamento nel 2020, aveva scelto coraggiosamente di tornare in Russia nel 2021, venendo immediatamente arrestato. Al momento del decesso, il 16 febbraio 2024, si trovava recluso in una colonia penale a regime duro a circa 60 chilometri dal Circolo Polare Artico. All'epoca, Mosca liquidò la vicenda parlando di un malore improvviso dopo una camminata, ma il sospetto di una morte violenta aveva immediatamente fatto il giro del mondo.
L'intelligence dei cinque Paesi europei sostiene ora di avere le prove del delitto: sul corpo dell'oppositore sono stati rintracciati residui di epibatidina. Si tratta di un alcaloide tossico estremamente potente che in natura si trova solo sulla pelle di alcune rane freccia sudamericane. La presenza di questa sostanza in un carcere artico russo è considerata la "pistola fumante": gli anfibi che la producono non esistono in Russia e, se tenuti in cattività, smettono di secernere il veleno.
L'uso di sostanze letali non è una novità nelle cronache che riguardano i dissidenti russi. Il comunicato europeo cita esplicitamente i casi di Alexander Litvinenko, ucciso col polonio nel 2006, e di Sergei Skripal, colpito dal gas nervino nel 2018. Secondo la ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper, il Cremlino avrebbe attuato un "barbaro complotto" per mettere definitivamente a tacere la voce di Navalny.
Londra ha già provveduto a segnalare ufficialmente Mosca all'organismo mondiale di controllo sulle armi chimiche. Presente all'annuncio di Monaco anche la vedova, Yulia Navalnaya, che ha commentato con amarezza come oggi l'omicidio del marito sia stato finalmente provato dalla scienza. Per le cancellerie europee, il movente era il timore che Putin nutriva verso l'opposizione guidata da Navalny, e la prigionia è stata l'occasione per portare a termine l'esecuzione.
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