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Economia & Finanza
17 Febbraio 2026 - 18:50
Tra dazi, cambio euro/dollaro capriccioso e venti di guerra, ci si sarebbe aspettati prudenza. E invece il Made in Italy, come un corridore che spinge in salita, chiude il 2025 a 643 miliardi di euro di export, in crescita del 3,3% rispetto al 2024. Un risultato che, parole e dati alla mano di Istat, commentati dal Presidente di ICE, Matteo Zoppas, supera la media dell’UE (+2,2%) e mette in ombra i big europei: Germania a +0,9%, Francia a +2,0%, Belgio e Spagna in leggero ripiegamento. Anche nello specchio globale l’Italia regge meglio: Cina a +0,9%, Giappone stabile, Corea del Sud in lieve flessione. Resilienza o colpo di fortuna? I numeri suggeriscono la prima ipotesi, ma non cancellano le ombre.

Le geografie europee: Spagna sprint, Germania torna a crescere
Nell’UE, il mercato più dinamico del 2025 è la Spagna (+10,2%), davanti a Polonia, Austria e Francia. Dopo due anni di flessione, la Germania — primo mercato di destinazione dell’export italiano — torna a crescere (+2,3%). Tra gli europei non UE, spicca la Svizzera (+16,3%), mentre arretrano la Turchia (-23,1% complessivo, che si riduce a -4,6% se si esclude la gioielleria) e la Russia (-15,4%). Un mosaico che racconta come la domanda continentale resti il perno, ma con tasselli che si muovono a velocità diverse.
Oltreoceano e in Asia: USA altalenanti, India brillante, Cina in calo
Gli Stati Uniti archiviano il 2025 a +7,2%: un’andatura vigorosa nella prima metà dell’anno, seguita da un rallentamento deciso nella seconda. Un segnale da monitorare nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, complice l’incertezza su dazi e cambio euro/dollaro. In Asia, l’India sfiora la doppia cifra (+9,4%), mentre la Cina arretra del 6,6%, pur chiudendo l’ultimo trimestre in territorio positivo. È la mappa di un mondo che cambia traiettorie: se il mercato americano resta cruciale, diversificare sui grandi emergenti non è più un’opzione, è necessità.
Il confronto internazionale
Rispetto ai principali esportatori europei e mondiali, l’Italia tiene meglio la scia: +3,3% contro +2,2% dell’UE e risultati più modesti per Germania (+0,9%) e Francia (+2,0%). A livello globale, la Cina si ferma a +0,9%, il Giappone resta stabile, la Corea del Sud cede leggermente. Per un Paese manifatturiero come l’Italia, questo significa una cosa semplice: competitività ancora viva, soprattutto quando il valore aggiunto è alto e riconoscibile.
La rotta politica: il piano d'azione per l'export
Sul fronte delle politiche, Matteo Zoppas richiama il Piano d’azione per l’export promosso dal MAECI e dal Ministro Antonio Tajani: un pacchetto di leve — risorse già stanziate — da trasformare in strumenti operativi. Potenziamento di fiere e collettive estere, rafforzamento degli uffici nel mondo, attività di business matching, con un occhio di riguardo alle piccole e medie imprese: è qui che la promessa pubblica incontra la prova dei fatti. Proteggere i contratti acquisiti negli USA e diversificare altrove non è solo una linea guida; è la condizione per rendere strutturale il progresso del 2025.
L’equilibrio da preservare
Basta il traino della farmaceutica a blindare il futuro? La risposta prudente è no. Il 2025 racconta una performance solida, ma anche la dipendenza da alcuni settori e mercati. L’agroalimentare cresce, la meccanica regge, la moda arretra; l’Europa tira, gli USA frenano nel finale, la Cina resta incognita. L’Italia ha dimostrato di saper correre in salita. Ora serve governare la discesa delle incertezze: trasformare le risorse in azioni, i numeri in strategie, i successi in abitudini.
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