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IL CASO
23 Febbraio 2026 - 07:20
Sono tantissime le segnalazioni arrivate alla Cooperativa Lavoro e Solidarietà di soggetti che, non importa se alla luce del giorno e davanti a testimoni, si introducono (letteralmente) all’interno dei cassonetti di raccolta abiti per “fare shopping”. Una situazione che va avanti da anni e che trova il suo apice proprio nella città di Torino.
Si tratta di quei raccoglitori posti ai lati delle strade in cui vengono gettati indumenti usati, e non solo. Dentro i cassonetti non ci sono solo i rifiuti tessili - maglie, pantaloni, calze - ma anche accessori, zaini, lenzuola o asciugamani. Un potpourri di cui, avvenuta la raccolta, va fatta una cernita per separare sostanzialmente il contenuto in tre categorie: le cose rivendibili nel mercato vintage o second hand, quelle riutilizzabili (cioè materiali che possono essere trasformati ad esempio in strofinacci) e infine i rifiuti. «Questo tipo di raccolta differenziata - spiega Andrea Fruttero, ex presidente della Cooperativa - per via della complessità dei materiali, non è una raccolta finalizzata al riciclo». Ciò vuol dire che, tutto ciò che non può essere riusato finisce al macero.

Sistematicamente, però, c’è qualcuno che quei vestiti li ruba. Armati di una scaletta e una lucina in testa, si calano nel cunicolo a caccia dei pezzi migliori. «Si introducono pericolosamente all’interno, scelgono i capi “di valore” lasciando, molto spesso per strada, gli scarti», racconta Danilo Borca, attuale presidente. Un’azione che provoca danni di diversa natura.
In primis rispetto al decoro urbano: «Rovistano e tirano fuori il contenuto, abbandonando poi le cose per strada», continua il presidente. Un danno economico: selezionano i capi riutilizzabili, lasciando di fatto solo i rifiuti. «La Cooperativa - spiega Borca - copre i costi della distruzione in discarica con i ricavi di abiti di seconda mano. Ma con questi furti, ci resta solo l’incombenza dello smaltimento dei rifiuti tessili». Di conseguenza, subentra anche un danno ambientale. In un momento in cui, anche a causa del fast fashion, il mercato è saturo. I prezzi calano e i rifiuti aumentano.

«Ci tengo a precisare - sottolinea Andrea Fruttero - che quella degli abiti usati è a tutti gli effetti una tipologia di raccolta differenziata stradale (rifiuti tessili urbani), da non confondere con la donazione». Il contenuto, come detto, non è destinato a chi ha bisogno di abiti, ma vengono smaltiti attraverso la selezione nelle categorie prima citate. La logica, porta a pensare che chi ruba da questi cassonetti «non li prenda per sé stessi, ma per rivenderli». L’ipotesi più attendibile per Borca e Fruttero è che «questi soggetti prendano appositamente ciò che può essere rivenduto come “abbigliamento di seconda mano” per essere poi esposto e smerciato in quei mercati come il Barattolo». «Mi è difficile credere - racconta il presidente - che ogni settimana, i venditori di questi ambienti abbiano nel proprio armadio così tanti abiti vintage da sfoderare ad ogni giorno di mercato».
La Cooperativa Lavoro e Solidarietà opera su gran parte del Piemonte, ma Torino è la città più problematica.
La vicenda è stata segnalata alle forze dell’ordine che però non hanno potuto fare niente. «Si sono appostati, ma non trovando dietro una grande organizzazione criminale non hanno potuto fare molto», spiega Fruttero. «Sicuramente una città grande ha tantissime priorità ma vorremmo attirare l’attenzione sul tema, perché davvero ogni giorno - conclude il presidente Borca - Torino viene saccheggiata».
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