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L’Islanda e il referendum per l'ingresso in UE: ma qual è l'iter?

Dal mercato comune all’ingresso ufficiale: perché la Premier Kristrún Frostadóttir punta sul sì

L’Islanda e il referendum per l'ingresso in UE: ma qual è l'iter?

Entro agosto 2026, i cittadini islandesi saranno chiamati a un referendum per decidere se riprendere il percorso di adesione all'Unione Europea. La proposta, fortemente voluta dalla prima ministra Kristrún Frostadóttir, arriva dopo anni di stallo e in un contesto geopolitico profondamente mutato.

Non è la prima volta che l'Islanda guarda a Bruxelles: una candidatura era già stata presentata nel 2009 (dopo la crisi finanziaria) e poi ritirata nel 2015. Oggi, le ragioni del "" sono diverse. Le tensioni crescenti nella regione artica e le mire esterne sulla Groenlandia hanno spinto il governo a cercare una maggiore integrazione europea. Nonostante l'autonomia attuale, l'ingresso nell'UE offrirebbe una protezione maggiore contro le oscillazioni del mercato globale.

L'Islanda non è una nazione estranea alle regole europee. Dal 1994 fa parte dello Spazio Economico Europeo (SEE) insieme a Norvegia e Liechtenstein. Questo signfica che applica già le quattro libertà fondamentali: circolazione di merci, capitali, servizi e persone. Questo la rende, tecnicamente, molto più pronta di altri candidati.

Se il referendum dovesse dare esito positivo, l'Islanda dovrebbe comunque superare una procedura rigorosa basata su tre pilastri fondamentali: criteri politici, criteri economici e acquis comunitario.

Servirà la presenza di istituzioni stabili che garantiscano democrazia, Stato di diritto e tutela delle minoranze, un'economia di mercato funzionante in grado di reggere la concorrenza europea e la capacità di adottare integralmente tutte le leggi e le politiche dell'Unione Europea.

Il percorso non è immediato e richiede diverse tappe formali. La domanda viene inviata al Consiglio UE; la Commissione valuta se i criteri sono soddisfatti. Lo status del candidato deve essere approvato all'unanimità dai 27 Stati membri. Sarà poi il turno dei negoziati, la fase più complessa, dove il Paese adegua le proprie riforme agli standard UE.

Una volta conclusi i negoziati, il trattato deve essere ratificato dal Parlamento Europeo, dallo Stato candidato e da tutti i membri dell'Unione.

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