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Il caso

Denuncia il suo ex per maltrattamenti «Ora capisco le donne che uccidono»

In aula emerge una situazione diversa da quella raccontata dalla donna, oggi indagata per stalking

Denuncia il suo ex per maltrattamenti «Ora capisco le donne che uccidono»

Foto di repertorio

Lui denunciato per maltrattamenti, lei oggi indagata per atti persecutori. È una vicenda sentimentale finita nelle aule giudiziarie e approdata a un doppio binario giudiziario quella esaminata dal Tribunale di Torino, dove il giudice per le indagini preliminari ha disposto l’archiviazione delle accuse mosse da una donna del 1990 nei confronti dell’ex compagno, un uomo classe 1984, mentre prosegue il procedimento penale a carico della stessa ex partner per stalking. La decisione arriva al termine dell’udienza in camera di consiglio e accoglie la richiesta della Procura, respingendo l’opposizione presentata dalla donna. Secondo il Gip, dagli atti non emerge un quadro idoneo a sostenere in giudizio il reato di maltrattamenti in famiglia. La storia giudiziaria prende avvio nel febbraio 2024, quando la donna presenta querela raccontando una relazione sentimentale diventata, a suo dire, violenta. Parla di litigi continui, insulti, minacce e tre episodi di aggressione fisica, sostenendo di essere stata colpita con schiaffi e calci e, in un’occasione, afferrata al collo durante una discussione. A sostegno delle accuse consegna fotografie, messaggi e registrazioni audio delle conversazioni con l’ex compagno. Se fosse stato condannato, lo avrebbe aspettato una pena che prevede fino a 7 anni di reclusione.

Elementi che però, secondo il giudice, restituiscono soprattutto il ritratto di una relazione ormai segnata da conflitti reciproci, gelosie e tensioni legate alla fine del rapporto. Dalle trascrizioni delle discussioni emergerebbero offese provenienti da entrambe le parti, senza che possa individuarsi una condotta abituale di sopraffazione tale da configurare il reato contestato. Determinante anche l’assenza di riscontri sanitari: la donna ha dichiarato di non essersi mai fatta refertare dopo gli episodi denunciati. I lividi documentati con fotografie non sono stati ritenuti sufficienti per formulare una ragionevole previsione di condanna, neppure sotto il profilo delle lesioni personali. Da qui la decisione di archiviare definitivamente il procedimento. Nel frattempo, però, la vicenda aveva già assunto un’altra direzione. L’uomo, assistito dall’avvocato Gino Arnone, aveva presentato a sua volta denuncia sostenendo di essere stato vittima di comportamenti persecutori dopo la fine della relazione. Secondo quanto emerge dagli atti, la donna avrebbe iniziato a seguirlo e ad appostarsi nei pressi del negozio gestito dall’ex compagno. In un’occasione avrebbe inviato 47 messaggi consecutivi nel giro di poco tempo. Tra questi anche uno dal contenuto ritenuto particolarmente allarmante: «Capisco le donne che sfigurano i fidanzati o li ammazzano, le capisco, poverine. Portano dentro lo stesso odio che io porto verso di te». Gli episodi denunciati proseguirebbero con l’ingresso della donna all’interno del negozio dell’uomo utilizzando alcune chiavi che, secondo lui, sarebbero state sottratte. Una volta dentro avrebbe inviato fotografie delle chiavi e dei locali direttamente all’ex partner. Pochi giorni dopo si sarebbe presentata anche sotto la sua abitazione, minacciando di sfondare la porta e ucciderlo se non avesse aperto. L’uomo, padre di un bambino nato da una precedente relazione, avrebbe modificato le proprie abitudini arrivando a dormire in un’altra casa quando era con il figlio, temendo possibili ulteriori episodi o intrusioni. A margine, Arnone parla di «archiviazione piena» per le accuse di maltrattamenti, sottolineando come il giudice abbia escluso la configurabilità del reato nonostante l’opposizione della denunciante. Parallelamente, il procedimento per atti persecutori promosso nell’interesse dell’uomo ha invece superato la fase delle indagini preliminari: la Procura ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini, passaggio che solitamente precede la richiesta di rinvio a giudizio. Cosa rischia per questo tipo di reato? Fino a sei anni e sei mesi di carcere.

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