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Le conseguenze di Epic Fury

Iran, bloccato lo Stretto di Hornuz: petrolio in rally, mercati in apnea. Ecco dove arriveranno i prezzi (e cosa significa per i consumatori)

Il petrolio segna già +8% ma il nodo resta la durata del blocco e il calo delle forniture dai Paesi del Golfo Persico

epic fury scuote lo Stretto: petrolio in rally, mercati in apnea e Opec+ alza l’asticella

Quando il rubinetto energetico del mondo scricchiola, i mercati trattengono il fiato. L’operazione Epic Fury lanciata dal presidente statunitense Donald Trump contro l’Iran irrompe su un mercato del greggio già in surplus e mette sotto pressione lo Stretto di Hormuz, la strozzatura da cui transita oltre un quinto del petrolio mondiale. Lo scenario resta in rapido divenire e molte affermazioni necessitano di conferme ufficiali. Mentre gli analisti cercano di tratteggiare lo scenario a breve termine. E non è rassicurante.


I NUMERI CHE FANNO PREZZO: BRENT, WTI E GAS EUROPEO
- Brent: +8,10% a 78,77 dollari al barile, con un picco intraday fino a +13% sui massimi da gennaio 2025. - Wti: +7,43% a 72 dollari al barile. - Gas europeo: +21,4% a 38,81 euro per megawattora. Il traffico delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz — al largo della costa iraniana — si è quasi azzerato, una pausa autoimposta dagli armatori mentre il conflitto lambisce Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Libano. Nel frattempo Trump ha rivendicato l’affondamento di nove navi militari iraniane e ha fatto sapere che le operazioni proseguiranno “fino al completamento di tutti gli obiettivi”. Colpita anche una raffineria di Saudi Aramco in Arabia Saudita. I prodotti raffinati seguono il greggio: futures su diesel/gasolio fino a +17%.

PERCHÉ HORMUZ CONTA DAVVERO
L’Iran produce circa 3,3 milioni di barili al giorno (circa il 3% dell’offerta globale) ma il suo peso strategico è amplificato dalla posizione a ridosso di Hormuz. Il greggio del Golfo Persico deve passare da qui per raggiungere Cina, India e Giappone. A gennaio la produzione iraniana è risalita ai massimi dal 2022. Va ricordato che Teheran resta un attore marginale in termini di volumi e, in un caso teorico, anche una perdita completa della sua produzione potrebbe essere assorbita dal mercato globale, riportando offerta e domanda verso l’equilibrio. Ma può davvero la geografia essere “assorbita” come un dato contabile?

OPEC+: PIÙ BARILI IN APRILE, MA LA LEVA È LA CREDIBILITÀ
In risposta all’escalation, l’Opec+, che include Iran, Arabia Saudita e Russia, ha concordato nel fine settimana un aumento delle quote di produzione per aprile di 206.000 barili al giorno, circa il 50% in più rispetto ai 137.000 di dicembre. “Se il traffico di petroliere riprende rapidamente oppure c’è una de-escalation credibile o qualche trattativa diplomatica dietro le quinte, allora assisteremo a un rallentamento” delle quotazioni, osserva Haris Khurshid, chief investment officer di Karobaar Capital Lp. “Altrimenti, probabilmente ci consolideremo su livelli elevati”. Per Edoardo Campanella, senior global economist di Unicredit, riporta MF, i fondamentali restano abbondanti: domanda globale a circa 103 milioni di barili al giorno, offerta oltre 107 milioni grazie alla produzione statunitense e all’output Opec+. Il cartello dispone inoltre di oltre 4 milioni di barili/giorno di capacità inutilizzata attivabile rapidamente (1,8 milioni in Arabia Saudita e 0,7 milioni negli Emirati Arabi Uniti).

QUANTO IN ALTO PUÒ SALIRE IL GREGGIO?
- Citi stima un Brent tra 80 e 90 dollari nello scenario base. La banca ipotizza un rapido cambiamento della leadership iraniana o una de-escalation statunitense nel giro di una-due settimane, con rallentamento del programma missilistico e nucleare iraniano nello stesso arco temporale. - Morgan Stanley alza la previsione per il secondo trimestre 2026 a 80 dollari (da 62,50). - Wood Mackenzie avverte: se il traffico a Hormuz non riprende, il Brent può superare quota 100. - Federpetroli spinge l’asticella a 150 dollari al barile. - JP Morgan: con una chiusura di 25 giorni, i principali produttori mediorientali potrebbero dover fermare output per saturazione dei serbatoi e dello stoccaggio offshore. Campanella (Unicredit) vede però un “tetto” a 80 dollari: per spingersi stabilmente oltre 100 servirebbero un’escalation significativa nello Stretto o danni rilevanti alle infrastrutture saudite. Non lo scenario base, anche perché “dato il suo problema di sopravvivenza, il regime iraniano ha un incentivo a mantenere una risposta misurata”.

LA VARIABILE PECHINO: INTERESSI, NAVI E VALUTE
Quasi il 70% del greggio e dei condensati che transitano a Hormuz è destinato ad acquirenti asiatici. La Cina — insieme alla Russia principale sponsor di Teheran — dipende fortemente da quella rotta e spingerà per non comprometterla, temendo un intervento diretto degli Stati Uniti per garantire la libertà di navigazione. La relazione economica Pechino-Teheran è fitta: circa il 13% dell’import petrolifero cinese arriva dall’Iran, spesso etichettato come “petrolio miscelato malese” per aggirare le sanzioni Usa; quasi tutto regolato in CNY attraverso il sistema Cips, che rende l’Iran di fatto dipendente dalla Cina. Teheran riceve anche equipaggiamento militare da Pechino. Nel 2021 è stato firmato un partenariato strategico venticinquennale con 400 miliardi di dollari di investimenti cinesi nell’energia iraniana. “È più vantaggioso per l’Iran continuare a utilizzare tattiche a bassa intensità a Hormuz — deviazioni, spoofing GPS, avvertimenti — piuttosto che provocare una crisi su larga scala”, sottolinea Campanella.

LO SCENARIO DI RISCHIO ESTREMO: DUE PUNTI DI ROTTURA
1) Stretto di Hormuz. Oltre il 20% dell’offerta globale (circa 21 milioni b/g) transita qui. Se l’Iran ostacola il passaggio con attacchi a petroliere, porti o blocchi parziali, le alternative sono limitate: Arabia Saudita ed Emirati possono bypassare via oleodotti, ma la capacità combinata (6,8 milioni b/g) è molto inferiore agli 11 milioni esportati via mare. L’oleodotto iraniano verso il Golfo di Oman trasporta circa 300 kb/g, ben sotto i 2 milioni via Hormuz. 2) Infrastrutture saudite. Gli Houthi — minaccia ridotta di recente — potrebbero riprendere attacchi in stile 2019 su Abqaiq e Khurais (allora il Brent balzò del 19% in una notte). L’Iran mantiene capacità di colpire asset come Ras Tanura, Ras Al Khair e l’East-West Pipeline. 

INFLAZIONE, BCE E FED: IL FILO ROSSO DEI PREZZI ENERGIA
Un aumento sostenuto dei costi energetici riaccende pressioni inflazionistiche e complica le mosse di Federal Reserve e Banca Centrale Europea. Per la Bce, spiega Andrzej Szczepaniak, senior european economist di Nomura, contano entità e persistenza dei rincari di petrolio e gas e l’effetto sull’HICP dell’area euro. Alcune “regole pratiche” usate dallo staff Bce: - Un +10% del prezzo del petrolio implica circa +0,4 punti percentuali sull’HICP via componente energia e circa +0,2 punti via le altre componenti nell’arco di tre anni. - In media il 10-12% dell’aumento del prezzo del gas naturale si trasferisce ai prezzi al consumo del gas nell’area euro dopo un anno. Nel frattempo, il Brent risulta sopra le ipotesi Bce di dicembre: +19,6% per il 2026, +9,4% per il 2027, +4% per il 2028. “I mercati potrebbero alzare marginalmente le attese di rialzi dei tassi entro dicembre 2026 e dicembre 2027, senza però prezzare incrementi aggiuntivi significativi: l’aumento cumulato entro dicembre 2027 resterebbe ben sotto i 25 punti base”, afferma Szczepaniak. Le aspettative d’inflazione HICP a 1 anno salgono all’1,97% (da 1,80%) e a 2 anni all’1,91% (da 1,77%), segnale che i desk vedono un impatto contenuto e forse un conflitto di durata limitata. Inoltre, le proiezioni Bce di marzo utilizzeranno i prezzi al 24/25 febbraio, quindi precedenti a questa fiammata.

CHE COSA GUARDARE ADESSO
- Segnali credibili di de-escalation o di canali diplomatici attivi. - Riapertura, anche parziale, del traffico a Hormuz e premio di rischio sui noli. - Eventuali danni ad asset sauditi (Abqaiq, Khurais, Ras Tanura, Ras Al Khair, East-West Pipeline). - Scelte Opec+ su capacità inutilizzata e conformità alle nuove quote (206.000 b/g in aprile vs 137.000 di dicembre). - Pressione di Cina e Russia su Teheran e tenuta dei flussi verso Asia (Cina, India, Giappone). - Prezzi del gas europeo e loro pass-through ai consumatori. - Cambio euro/dollaro, che può amplificare le pressioni sui prezzi importati. - Comunicazione di Fed e Bce, con un occhio a HICP e aspettative a 1-2 anni.

Il mercato resta schizofrenico: i fondamentali dicono surplus (offerta >107 milioni b/g contro 103 di domanda), la geografia e la geopolitica raccontano altro. La domanda, quella vera, è sempre la stessa: quanto a lungo il mondo può permettersi un collo di bottiglia nel suo punto più sensibile?

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