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Salute e prevenzione

Cancro al seno, la mappa che sorprende: in trent’anni -30% di morti nei Paesi ricchi, quasi il doppio in quelli poveri

Tra screening diffusi e terapie innovative da un lato, e diagnosi tardive e carenza di cure dall’altro, il divario globale continua ad allargarsi

Cancro al seno, la mappa che sorprende: in trent’anni -30% di morti nei Paesi ricchi, quasi il doppio in quelli poveri

Negli ultimi trent’anni la battaglia contro il tumore al seno ha seguito traiettorie molto diverse a seconda del Paese. Se in alcune nazioni la mortalità è calata in modo significativo, in altre è aumentata fino quasi a raddoppiare. A evidenziare questo squilibrio è un’ampia analisi internazionale pubblicata su The Lancet Oncology, che mette in luce un crescente divario globale nell’accesso a prevenzione e cure.

Un calo nei Paesi ricchi, un’impennata in quelli poveri

Dal 1990 al 2023, nei Paesi ad alto reddito i decessi per tumore al seno sono diminuiti di circa il 30%, grazie a investimenti costanti in screening, diagnosi precoce e terapie innovative. Nello stesso periodo, però, in numerosi Paesi a basso reddito la mortalità è cresciuta del 99,3%, segnando una distanza sempre più marcata tra sistemi sanitari avanzati e contesti con risorse limitate.

Oggi il tumore al seno è la neoplasia più diagnosticata tra le donne nel mondo. Nel 2023 si stimano circa 2,3 milioni di nuovi casi e 764.000 decessi. Le proiezioni indicano che entro il 2050 i nuovi casi annuali potrebbero superare i 3,5 milioni, complice l’invecchiamento della popolazione, l’aumento demografico e i cambiamenti negli stili di vita.

Un dato rilevante riguarda i fattori di rischio modificabili: oltre un quarto degli anni di salute persi è collegato ad abitudini come consumo eccessivo di carne rossa, fumo, glicemia elevata e indice di massa corporea alto. Questo significa che esistono ampi margini di prevenzione.

Perché la mortalità cambia così tanto da un Paese all’altro?

Le differenze nei tassi di sopravvivenza non dipendono da un solo elemento, ma da una combinazione di fattori che incidono lungo tutto il percorso di cura.

1. Screening e diagnosi precoce

Nei Paesi dotati di programmi organizzati di mammografia, il tumore viene spesso individuato in fase iniziale, quando le probabilità di guarigione sono più alte. Dove questi programmi mancano o sono poco diffusi, la diagnosi arriva spesso in stadio avanzato, riducendo drasticamente le possibilità di successo terapeutico.

2. Accesso alle terapie

Negli ultimi decenni la ricerca ha introdotto farmaci mirati, immunoterapie e trattamenti personalizzati che hanno migliorato la sopravvivenza. Tuttavia, questi medicinali non sono sempre disponibili o economicamente sostenibili in tutti i sistemi sanitari, creando disuguaglianze nell’accesso alle cure.

3. Tempestività degli interventi

Nei sistemi sanitari più strutturati, il tempo che intercorre tra diagnosi e inizio del trattamento è ridotto. In molte aree con risorse limitate, invece, liste d’attesa, carenza di specialisti e difficoltà logistiche ritardano l’avvio delle terapie.

4. Fattori socioeconomici e culturali

Anche il contesto sociale incide profondamente: livello di alfabetizzazione sanitaria, possibilità di spostarsi per ricevere cure, presenza di copertura assicurativa, stigma legato alla malattia e solidità delle infrastrutture sanitarie sono elementi determinanti.

Un obiettivo globale ancora lontano

L’analisi avverte che molti Paesi rischiano di non raggiungere il traguardo fissato dalla Global Breast Cancer Initiative dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che punta a ridurre del 2,5% annuo la mortalità standardizzata per età entro il 2040.

Secondo gli autori dello studio, è necessario rafforzare i sistemi sanitari, garantire diagnosi precoce universale e includere le terapie oncologiche essenziali nei servizi pubblici, così da evitare che le pazienti affrontino costi insostenibili.

Un mondo a due velocità

Il quadro che emerge è quello di una sanità globale divisa: da un lato Paesi che hanno trasformato il tumore al seno in una patologia con tassi di sopravvivenza in costante aumento; dall’altro aree in cui diagnosi tardiva e accesso limitato alle cure continuano a tradursi in un numero crescente di decessi.

Colmare questo divario non è solo una sfida medica, ma una questione di equità sanitaria globale.

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