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Caso Pifferi, la difesa gioca nuove carte «Il reato va riqualificato: ecco i motivi»

Cristian Scaramozzino è l’avvocato torinese scelto per questo complicato processo

Caso Pifferi, la difesa gioca nuove carte «Il reato va riqualificato: ecco i motivi»

È stato depositato il ricorso in Cassazione da parte dell’avvocato torinese Cristian Scaramozzino, nuovo legale di Alessia Pifferi, la donna accusata di aver lasciato morire di stenti la figlia di 18 mesi, Diana, nell’estate del 2022, a Milano. Uno dei casi più mediatici degli ultimi anni. Il procedimento ha già visto due gradi di giudizio: in primo grado Pifferi era stata condannata all’ergastolo, mentre in appello la pena era stata ridotta a 24 anni.

Ora la difesa chiede l’intervento della Corte di Cassazione per una revisione complessiva della condanna e della qualificazione del reato.
Secondo l’avvocato torinese Scaramozzino, occorre innanzitutto una «nuova valutazione della capacità di intendere e di volere» della donna. La richiesta riguarda in particolare l’analisi delle gravissime problematiche cognitive di Pifferi, che non sono sorte recentemente ma risalgono all’infanzia: come spiega Scaramozzino, già negli anni in cui frequentava le scuole elementari la donna era stata catalogata, con un linguaggio allora in uso, come «handicappata».
La difesa sostiene che questi elementi debbano essere considerati nella determinazione del dolo e nella configurazione giuridica del fatto. «Qui non si discute del fatto storico - chiarisce l’avvocato -, il fatto non è contestato. Si discute del reato e della componente psicologica che lo caratterizza. La giusta commisurazione della pena deve tener conto della corretta posizione sociale, culturale, emotiva e cognitiva di Alessia Pifferi».
In particolare, Scaramozzino chiede che il reato sia riqualificato in «abbandono di minore aggravato dall’evento morte», configurazione già presa in considerazione dalla Corte di Assise di Appello, che aveva valutato se la donna avesse previsto e accettato la possibilità della morte della bambina. Per la difesa, tale riqualificazione sarebbe fondamentale per rendere la pena più proporzionata alla reale responsabilità della donna, considerando le sue difficoltà cognitive e le capacità decisionali compromesse. Il ricorso in Cassazione sottolinea anche come la determinazione della pena debba essere equa e commisurata, tenendo conto delle caratteristiche psicologiche di Pifferi e del contesto sociale in cui vive. La difesa ritiene che i 24 anni decisi in appello restino eccessivi, mentre la Procura aveva inizialmente chiesto l’ergastolo. «Non si tratta di negare il fatto, che è gravissimo - aggiunge l’avvocato torinese Scaramozzino -. Si tratta di valutare correttamente l’elemento psicologico, il dolo, e la possibilità di una pena più proporzionata alla persona e alle sue capacità cognitive».
Il verdetto sarà determinante per il futuro giudiziario di Pifferi e potrebbe stabilire nuovi criteri nella valutazione di casi simili, in cui la capacità di intendere e di volere è centrale per la configurazione del reato. Al centro del dibattito ci sono, dunque, due elementi principali: da un lato la gravità del fatto storico - la morte per stenti della piccola Diana - e dall’altro la necessità di considerare le condizioni psicologiche e cognitive della madre, per garantire una pena realmente proporzionata e giuridicamente corretta. La sentenza della Cassazione sarà quindi decisiva, non solo per la difesa e la Procura, ma anche per l’interpretazione futura del reato di abbandono di minore aggravato dall’evento morte in casi simili.

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