Cerca

Il caso

Condanne definitive per Bidognetti e Santonastaso: riconosciute le minacce a Saviano e Capacchione

La Cassazione chiude il caso dopo 18 anni: confermate le pene per le intimidazioni mafiose durante il processo Spartacus, con il riconoscimento dell’aggravante del metodo mafioso

Condanne definitive per Bidognetti e Santonastaso: riconosciute le minacce a Saviano e Capacchione

Condanne definitive per il capoclan di camorra Francesco Bidognetti e per l’avvocato Michele Santonastaso, coinvolti nella vicenda delle minacce rivolte nel 2008 al giornalista Roberto Saviano e alla collega Rosaria Capacchione durante il processo d’appello Spartacus contro il clan dei Casalesi.

La Corte di Cassazione ha messo la parola fine alla vicenda giudiziaria, respingendo i ricorsi presentati dagli imputati e confermando quanto stabilito in precedenza dalla Corte d’Appello di Roma nel luglio 2025. Le pene definitive sono pari a 1 anno e 6 mesi di reclusione per Bidognetti e 1 anno e 2 mesi per Santonastaso, con l’aggravante del metodo mafioso riconosciuta dai giudici.

Le accuse e il contesto

Secondo quanto ricostruito nel processo, le dichiarazioni pronunciate in aula dall’avvocato Santonastaso, su indicazione del suo assistito, avrebbero veicolato un messaggio intimidatorio nei confronti dei due giornalisti. Le frasi, lette pubblicamente durante l’udienza, si inserivano nel contesto del maxi processo contro il clan dei Casalesi e, secondo i giudici, erano caratterizzate da toni e contenuti tali da costituire una minaccia implicita.

La Cassazione ha condiviso l’impostazione dei giudici di secondo grado, ritenendo corretto il riconoscimento delle minacce aggravate. Anche la requisitoria del sostituto procuratore generale aveva evidenziato come le espressioni utilizzate in aula fossero idonee a intimidire le parti offese.

La motivazione della sentenza

Nelle motivazioni della sentenza d’appello, confermata ora in via definitiva, viene sottolineato come diversi elementi — tra cui il contesto processuale, il linguaggio utilizzato, il risentimento espresso e la ripetuta identificazione nominale dei giornalisti — contribuiscano a rendere evidente il carattere minatorio del messaggio trasmesso.

Secondo i giudici, l’insieme delle dichiarazioni non può essere interpretato come semplice esercizio del diritto di difesa, ma come un vero e proprio tentativo di intimidazione indiretta, volto a condizionare il ruolo dell’informazione e dell’attività giudiziaria.

Le reazioni

A seguito della sentenza, Roberto Saviano ha commentato sui social sottolineando come siano trascorsi 18 anni dai fatti prima di arrivare a una decisione definitiva. Lo scrittore ha ricordato che le minacce erano legate al ruolo del suo libro Gomorra, ritenuto dagli imputati un fattore che avrebbe contribuito a indebolire il clan.

Saviano ha inoltre espresso gratitudine verso le forze dell’ordine che lo hanno accompagnato nel tempo, ma ha anche evidenziato come, a suo avviso, lo Stato non sia ancora in grado di garantirgli piena sicurezza e libertà futura.

Anche Rosaria Capacchione ha commentato la sentenza, sottolineando che per lei coincide con 18 anni vissuti sotto scorta. La giornalista ha evidenziato come la decisione chiarisca definitivamente che determinati comportamenti non rientrano nella normale attività difensiva in aula, ma rappresentano invece vere e proprie minacce alla stampa.

Una vicenda lunga quasi due decenni

Il caso si chiude quindi dopo un lungo iter giudiziario durato quasi due decenni, segnando un punto fermo sul riconoscimento delle minacce di stampo mafioso rivolte a esponenti del giornalismo impegnati nel racconto della criminalità organizzata.

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Logo Federazione Italiana Liberi Editori L'associazione aderisce all'Istituto dell'Autodisciplina Pubblicitaria - IAP vincolando tutti i suoi Associati al rispetto del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale e delle decisioni del Giurì e de Comitato di Controllo.