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28 Marzo 2026 - 07:31
Salvatore apre la porta dell’alloggio della cognata, alle case popolari di Nichelino. Dentro, una casa semplice. Fuori, una vita in sospeso. È lì che vive adesso. È lì che aspetta. Un lavoro, prima di tutto. Ma anche una possibilità concreta per non tornare indietro.
La sua è una situazione delicata. Sta scontando una pena agli arresti domiciliari. «Piccoli furti», dice. Non si nasconde. «Ho fatto degli errori». Li mette in fila senza cercare attenuanti. Dal 2013 non riesce ad avere un impiego stabile. Qualche lavoretto, poi più niente. E allora le scorciatoie. «Aprivo le auto ai concerti, alle partite della Juve». Un modo per tirare avanti. Un modo che lo ha riportato dentro. La Juventus torna spesso nei suoi racconti. «Sono tifosissimo», dice. È uno di quei dettagli che restano, anche quando tutto il resto si complica. In carcere c’è già stato. «Alle Vallette, padiglione A. È uno dei posti più sicuri, anche tra i più puliti», racconta. Non lo dice con nostalgia. Lo dice per spiegare che quel mondo lo conosce bene. E che non vuole tornarci. Il rischio, però, è concreto. «Sto aspettando che la condanna diventi definitiva. Se non trovo un lavoro, dovrò rientrare in carcere». La linea è sottile: da una parte i domiciliari, dall’altra il ritorno dietro le sbarre. In mezzo, un contratto che ancora non c’è. Nato in Sardegna, arriva a Torino a 18 anni. Luglio 1990. «Ho scelto la città della Mole per seguire la Juve», scherza. Poi la vita vera prende il sopravvento: edilizia, carpenteria in ferro, lavori pesanti, sempre diversi, mai stabili davvero. Oggi vive grazie alla cognata che lo ha accolto. Una convivenza che regge, ma che pesa. «Non ho un reddito. E non voglio tornare a rubare. Mi serve un lavoro, per la mia indipendenza, per non sentirmi un peso».


Salvatore parla molto. Non abbassa lo sguardo. Non perde il sorriso, neanche quando il racconto si fa più pesante. «Mi piacciono le persone. Mi piacerebbe lavorare a contatto con gli altri. Posso occuparmi di anziani, fare assistenza». È disponibile a tutto. «Turni, notte, festivi. Ristorazione, pulizie, animali. So adattarmi». Non ha la patente, si muove con i mezzi pubblici. Ma non lo considera un limite. Quello che chiede è semplice, ma decisivo: un lavoro regolare. «Mi serve un contratto. Solo così posso evitare di tornare in carcere». Ricorda bene anche il primo arresto. «Vent’anni fa, concerto di Fiorello. Mi hanno preso subito. Tre giorni dentro e poi fuori, ero incensurato». Sa che esistono incentivi per chi assume persone in situazioni come la sua. «Spero che qualcuno legga la mia storia e possa darmi una mano».
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