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Il caso
13 Aprile 2026 - 09:30
Il conflitto in Medio Oriente non sta producendo soltanto effetti geopolitici e umanitari, ma anche un forte impatto ambientale. Una ricerca condotta dalla Queen Mary University di Londra, dalla Lancaster University e dal Climate and Community Institute stima che nelle prime due settimane di guerra siano state emesse oltre 5 milioni di tonnellate di CO2 equivalente.
Questa quantità supera le emissioni annuali di paesi come l’Islanda, mostrando la dimensione globale del problema.
Secondo gli studiosi, l’inquinamento generato nell’area del Golfo Persico equivale a quello prodotto da circa un milione di automobili a benzina in circolazione.
Il danno climatico iniziale sarebbe già superiore a 1,3 miliardi di dollari, legato alle emissioni dirette e indirette causate dal conflitto.
Le principali fonti di emissioni sono legate alle operazioni militari che colpiscono infrastrutture strategiche. In particolare:
distruzione di raffinerie e impianti petroliferi
incendi nei depositi di carburante
traffico deviato di petroliere e gasiere
blocchi nello Stretto di Hormuz
Questi elementi contribuiscono a un aumento significativo dei gas serra.
Lo studio utilizza una metodologia già applicata per valutare gli effetti ambientali delle guerre in Ucraina e a Gaza. Secondo dati riportati dal The Guardian, il conflitto israelo-palestinese ha generato emissioni tali da richiedere una foresta grande quanto 32 milioni di acri per essere assorbite.
Gli esperti avvertono che un conflitto esteso potrebbe amplificare drasticamente l’impatto ambientale. Durante la guerra a Gaza sono state emesse quantità pari a 7,6 milioni di automobili, equivalenti all’intero parco veicoli della Lombardia.
Se la guerra in Iran dovesse durare un anno, le emissioni potrebbero aumentare fino a quattro volte rispetto al conflitto israelo-palestinese.
Secondo il Climate and Community Institute, uno scenario di conflitto fino al 2027 potrebbe produrre circa 131 milioni di tonnellate di CO2, una quantità simile alle emissioni annuali del Kuwait o alla somma di decine di paesi a basse emissioni.
La situazione potrebbe aggravarsi ulteriormente in caso di:
ingresso di nuovi attori internazionali
utilizzo di armamenti più distruttivi
espansione del conflitto in altre aree
Oltre alla guerra, anche la fase di ricostruzione avrebbe un forte impatto ambientale. Per ricostruire aree devastate come la Striscia di Gaza o il Libano, le emissioni potrebbero essere fino a 24 volte superiori rispetto a quelle generate dal conflitto stesso.
I primi effetti ambientali sono già visibili. A Teheran e nelle aree circostanti si sono registrati:
forte aumento dell’inquinamento atmosferico
allerta sanitaria della Mezzaluna Rossa
formazione di una nube tossica dopo le esplosioni nei siti petroliferi
precipitazioni anomale con piogge scure
Le esplosioni e il rilascio di sostanze chimiche hanno favorito la formazione di piogge acide, con conseguenze potenzialmente gravi per la salute umana e per l’ambiente.
Gli effetti principali includono:
contaminazione dei cibi coltivati
aumento di malattie respiratorie e cardiovascolari
rischio di tumori e patologie cutanee
danni agli ecosistemi naturali
L’impatto ambientale coinvolge anche la natura. Si osservano:
riduzione della fauna acquatica
alterazioni nella crescita delle piante
perdita di biodiversità
squilibri negli ecosistemi locali
Il conflitto in Iran evidenzia come la guerra non sia solo un fenomeno politico o militare, ma anche una fonte significativa di danno climatico globale. Le emissioni prodotte, insieme agli effetti della distruzione e della futura ricostruzione, rischiano di lasciare un’impronta ambientale duratura e su larga scala.
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