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Il fatto
16 Aprile 2026 - 17:50
La Procura di Gela ha aperto un’indagine sulla frana che ha colpito Niscemi, riportando al centro dell’attenzione una lunga storia di ritardi, inerzia amministrativa e interventi mai realizzati. Nel registro degli indagati risultano tredici persone, tra cui quattro ex presidenti della Regione Siciliana, per l’ipotesi di disastro colposo.
Secondo gli inquirenti, la situazione di rischio era nota da decenni. Già dopo il primo grande evento franoso del 1997 era evidente la fragilità del versante su cui sorge il centro abitato, ma nel tempo non sarebbero stati messi in atto interventi adeguati a prevenire l’evoluzione del fenomeno. L’inchiesta descrive un quadro segnato da opere non realizzate, fondi disponibili ma non utilizzati e una serie di decisioni amministrative rimaste senza seguito concreto.
Tra gli indagati figurano gli ex governatori Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci, oggi ministro, e Renato Schifani, attualmente in carica. Accanto a loro compaiono dirigenti della Protezione civile regionale, funzionari pubblici e rappresentanti dell’impresa che aveva ottenuto l’appalto per i lavori di messa in sicurezza, mai effettivamente avviati. Alcuni dei protagonisti della vicenda hanno espresso fiducia nell’operato della magistratura, parlando di correttezza amministrativa e di atto dovuto, mentre altri hanno sottolineato di non essere stati pienamente informati delle criticità nel corso dei rispettivi mandati.
Al centro dell’inchiesta c’è anche un appalto da circa dodici milioni di euro, assegnato per la realizzazione di opere destinate a ridurre il rischio idrogeologico. Il contratto, dopo una fase iniziale, era stato risolto per gravi ritardi, seguito da tentativi di rinegoziazione e ulteriori passaggi amministrativi che non hanno però portato ad alcun intervento concreto. Di fatto, le opere non sono mai state completate e le risorse sono rimaste inutilizzate.
L’attività investigativa si concentra ora su più fronti. Gli inquirenti stanno analizzando la mancata realizzazione delle opere di prevenzione e il mancato mantenimento dei sistemi di monitoraggio, oltre alle criticità legate alla gestione delle acque che avrebbero contribuito all’innesco della frana. Un ulteriore filone riguarda la cosiddetta zona rossa, con particolare attenzione alla mancata esecuzione di sgomberi e demolizioni e alla possibile autorizzazione di interventi edilizi in aree considerate a rischio.
Dalle ricostruzioni emerge un quadro in cui il disastro non sarebbe stato un evento improvviso, ma il risultato di anni di omissioni, scelte non attuate e segnali d’allarme rimasti senza risposta. La Procura cercherà ora di chiarire le singole responsabilità in una vicenda che riporta al centro il tema della sicurezza del territorio e della gestione del rischio idrogeologico.
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