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Campobasso
25 Aprile 2026 - 12:45
Il caso di Pietracatella, piccolo centro nel campobassano, entra in una fase decisiva dopo la relazione del Centro Antiveleni di Pavia, che riapre e al tempo stesso indirizza con maggiore precisione l’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, decedute lo scorso dicembre.
Secondo quanto emerso dagli accertamenti tossicologici, le due donne sarebbero state colpite da una intossicazione da ricina, presente nel sangue in quantità estremamente elevate, fino a valori stimati circa 250 volte superiori alla soglia letale. Un dato che rafforza l’ipotesi di un’azione volontaria e non accidentale.
Di conseguenza, l’attenzione investigativa si sposta sempre più verso la pista del duplice omicidio premeditato, mentre viene progressivamente esclusa la responsabilità dei sanitari inizialmente finiti sotto inchiesta. Il fascicolo, al momento, resta comunque contro ignoti, in attesa di ulteriori sviluppi.
Il punto centrale dell’indagine resta, però, uno: come la ricina sia arrivata all’interno dell’abitazione e chi possa averla introdotta. Un interrogativo ancora senza risposta che alimenta l’intero impianto investigativo.
Non meno rilevante è la posizione di Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, che dagli esami tossicologici è risultato negativo alla sostanza. Gli inquirenti non escludono, tuttavia, che possa esserci stato un contatto indiretto o non rilevato, anche alla luce della possibile degradazione delle tracce nel tempo.
Dalle analisi emerge, inoltre, l’ipotesi che le due donne possano aver ingerito il veleno in più occasioni ravvicinate. Dopo i primi sintomi, infatti, le condizioni di entrambe sarebbero peggiorate rapidamente fino al decesso avvenuto nel giro di poche ore.
Sul fronte investigativo, nei prossimi giorni sono attese diverse attività chiave: lo scarico dei dati dal telefono di Alice Di Vita, altra figlia di Antonella e sorella di Sara, e nuovi esami sui reperti autoptici. Solo dopo questi passaggi, la Procura di Larino potrebbe procedere con eventuali iscrizioni nel registro degli indagati.
Parallelamente proseguono gli interrogatori della Squadra Mobile di Campobasso. Alcune ipotesi circolate nelle scorse settimane, tra cui presunti ritrovamenti di ricina in ambito scolastico, sono state smentite: non sarebbero state individuate tracce né attività di ricerca della sostanza sui dispositivi analizzati.
Dal punto di vista scientifico, gli esperti del Centro Antiveleni ricordano che in Italia si sono verificati negli ultimi anni alcuni casi di esposizione alla ricina, quasi sempre accidentali e non letali. Il direttore del centro ha, inoltre, sottolineato che eventuali test negativi, se effettuati a distanza di tempo e senza adeguata conservazione dei campioni, non escludono del tutto il contatto con la sostanza.
Un quadro ancora complesso, dunque, in cui le certezze crescono sul tipo di veleno utilizzato, ma restano aperti i punti cruciali legati a dinamica, responsabilità e modalità di somministrazione.
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