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L'inchiesta Askatasuna
01 Maggio 2026 - 05:03
Non è spontaneità. Non lo è mai. Nelle carte del processo Sovrano, ora approdato al secondo grado di giudizio con l’Appello iniziato pochi giorni fa e una nuova udienza fissata per il 18 maggio, prende forma un’altra narrazione attorno al mondo Askatasuna: quella di una strategia lucida, costruita, orientata allo scontro. Non episodico, ma funzionale. L’obiettivo, nero su bianco nelle intercettazioni: provocare le forze dell’ordine, accendere «una scintilla», creare un “casus belli”.

In una formula: «far saltare il banco».È su questo crinale che si muove la Procura, che contesta la lettura uscita dal primo grado - diverse condanne per singoli reati, ma l’assoluzione dall’accusa di associazione a delinquere - e rilancia. Perché, a leggere le conversazioni captate tra il 2019 e il 2021, emerge una trama che, per i magistrati, non è improvvisazione ma metodo.
Il 22 giugno 2020 è una data chiave. È l’inizio della mobilitazione estiva contro la Tav. In una telefonata intercettata, Giorgio Rossetto parla con Andrea Bonadonna. Il tema è l’occupazione abusiva dei Mulini, snodo simbolico della protesta. Il tono è diretto, quasi operativo: «è un’occasione ghiotta, un momento d’oro. Potremmo far saltare anche il Governo. Se succede qualcosa, Alessandro Di Battista inizia a fare can can, Luigi Di Maio deve stargli dietro, Matteo Renzi dall’altra parte...».
Poche ore dopo, da Giaglione, partirà il corteo. Fumogeni, lacrimogeni, tensione. Scontri. Ma prima c’è la regia. «Deve essere tutto pronto, anche i video, va ripreso tutto, se manchi il momento poi… va tutto a farsi fottere», dice Rossetto. La narrazione conta quanto l’azione. Forse di più. E ancora: la chiamata a Mattia Marzuoli. Qui il passaggio che per gli inquirenti pesa come un macigno: «non hai capito che non vogliono fare un cazzo, siamo noi, siamo noi che dobbiamo iniziar… Non loro, l’ultima delle loro idee è quella di manganellarci». Tradotto: l’innesco deve partire dai manifestanti. L’obiettivo è la reazione. Nello stesso momento, nella sua casa di Bussoleno Dana Lauriola ascolta Umberto Raviola: «quella roba lì, dello sgombero, funziona, ma dai Mulini devono toglierci in un certo modo». Anche qui, il sottinteso è chiaro: creare le condizioni per un intervento delle forze dell’ordine che allarghi il fronte del dissenso, che chiami a raccolta altri territori, altre piazze. È una strategia di escalation. Graduale, ma pensata. Così, quella che all’esterno appare come una manifestazione spontanea contro l’Alta Velocità, nelle carte assume un altro profilo: organizzata, calibrata, costruita nei dettagli. «Così si fanno queste cose, si organizzano prima. Sembra improvvisata, in realtà dovremmo puntare sempre a far diventare le nostre azioni di dominio nazionale».
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