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INTERVISTA DELLA SETTIMANA
19 Marzo 2023 - 14:21
Da Gorbaciov a Bono degli U2. Al Salone del Libro di Ernesto Ferrero sono passati proprio tutti. Il più grande rammarico? «Non essere riuscito a ospitare Philip Roth. Persona amabilissima, oltreché grande scrittore» racconta e ripercorre con piacere gli anni alla guida della kermesse libraria. Non si sottrae neppure quando gli viene fatta la domanda delle cento pistole: chi sarà il nuovo direttore?
C’è un autore che rimpiange di non aver portato al Salone?
«Sicuramente Philip Roth. Lo avevo conosciuto quando lui venne a Torino per incontrare Primo Levi. Ricordo di averli portati a cena al Cambio, fu una serata memorabile. Con noi c’era anche Claire Bloom, la moglie di Roth. Lui si diceva che aveva un carattere po’ ispido e invece si è rivelato essere un uomo di straordinaria simpatia, di quelli che senti subito fraterno. Peccato che negli ultimi anni non volesse più muoversi da New York, ma lo capisco».
Un ospite che porta nel cuore invece ?
«Forse il ricordo più bello è legato alla serata speciale che anni fa abbiamo dedicato al Carignano a quella poetessa meravigliosa che era, ed è, Wislawa Szymborska, uno degli autori da rileggere tutti i giorni. O il pianista Alfred Brendel, per il qual ho un’autentica venerazione, che ha anche scritto libri molto belli, molto viennesi»
Come vede la letteratura di oggi? Il suo ultimo libro è una specie di album di famiglia dell’editoria italiana, in particolare l’officina Einaudi. Adesso, le case editrici pensano troppo al mercato?
«Le case editrici devono fare i conti con il mercato, non sono mica dei mecenati o dei filantropi. L’editore è un ibrido: un imprenditore che deve far quadrare i conti ma ha le sue passioni culturali. Il vero editore non va a rimorchio dei gusti del mercato, deve anticipare e rivelare al lettore delle esigenze che lui stesso non sapeva di avere. Giulio Einaudi era così».
Ci sono giovani scrittori che le piacciono?
«Tra i primi che mi vengono in mente, oltre a Giordano, ci sono Domenico Starnone, Melania Mazzucco, Antonio Franchini, Donatella Di Pietrantonio».
Che consiglio darebbe a chi si approccia al mondo della scrittura? Servono le scuole e i master?
«La cosa migliore è leggersi per bene tutti i grandi classici del’Otto e Novecento, e cercare di capire come fanno. Le scuole insegnano uno stile medio, da sceneggiato tv, invece ognuno deve sviluppare una voce propria, unica e inconfondibile».
E lei, che libro ha sul comodino?
«Le mie letture in questo periodo sono mirate a un ritratto di Calvino cui sto lavorando. Lo sto rileggendo tutto. Credevo di conoscerlo abbastanza bene, ma più scavi e più trovi».
Che cosa ha trovato?
«Soprattutto negli ultimi anni la sua vertiginosa capacità logica e deduttiva di analizzare le cose sempre più nel profondo, di creare una mappa dell’esistente. Lo fa con una intensità che dà le vertigini. Ho paragonato la sua scrittura a un albero i cui rami continuano a biforcarsi e biforcarsi... Lui era uno che davvero navigava nell’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande».
È questo il talento?
«Il talento è una dote naturale. O ce l’hai o no, ma come ogni cosa deve essere coltivato e perfezionato. Impari solo se lavori con costanza, rigore, umiltà. Come fanno i pianisti, i violinisti, i ciabattini o i falegnami».
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