l'editoriale
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07 Giugno 2019 - 06:50
Fonte: Depositphotos
E adesso a John Elkann non resta altro che la Cina. Perché al di là delle parole di circostanza sul proseguire con politiche di indipendenza, Fca ha bisogno di alleanze forti, meglio ancora una fusione. Ne ha bisogno Torino, con Mirafiori, in primis.
Quali saranno le conseguenze per gli stabilimenti italiani di questo fallimento strategico? Resta valido il piano annunciato pochi mesi fa dall’ad Mike Manley, con l’obiettivo di tornare a una piena produzione in tutti gli stabilimenti (davvero la 500 elettrica basterà?) o qualcosa intanto è cambiato? Alcuni analisti e opinionisti finanziari se lo chiedono: perché questa fretta di chiudere l’affare con Renault?
Della necessità di fusioni era convinto per primo Sergio Marchionne quando diceva che «l’industria dell’auto è troppo frammentata e il capitale necessario per farla andare avanti è eccessivo, antieconomico». Ma il primo tentativo, ossia l’Opa ostile a General Motors da 60 miliardi di dollari, finì male per una Fiat ancora troppo debole. Poi, il manager italocanadese aveva voltato lo sguardo in Europa, con la trattativa per Opel finita con una porta sbattuta in faccia neppure troppo dolcemente, con tra i protagonisti anche Angela Merkel. Rifiutata l’offerta di Volkswagen per Alfa Romeo, a Fiat va in porto in maniera semplicemente clamorosa l’acquisizione della praticamente fallita Chrysler, con le porte aperte del governo Usa di Barack Obama e una sostanziale debolezza dei sindacati. Che invece in Francia si sono mostrati forti, probabilmente spinti dal cambiamento politico della “base” del Paese, non propriamente in sintonia, per usare un eufemismo, con il presidente Macron, al quale l’accordo Fca-Renault poteva anche stare bene. Sarà questo che intendevano nel comunicato ufficiale di Fca con «mutate condizioni politiche»? Di certo c’è che in Francia non è mai cambiato un senso di orgoglio nazionale che gioca un ruolo importante in questa vicenda. La Renault è quella che si definisce una «Régie», essendo stata acquisita (confiscata) dallo Stato nel 1945. È di fatto un’azienda pubblica. E forse ha ragione chi sostiene che non è bello andare a bussare a casa d’altri, proporre un matrimonio ma svalutare la dote (per Fca la Renault aveva un valore negativo di 300 milioni di euro) e aspettarsi magari che siano tutti felici. Possiamo biasimare i francesi (anche le sinistre, non solo i sovranisti) che pretendevano garanzie per l’occupazione e la governance? O ci si aspettava che accadesse come in Italia dove a Fiat sono sempre state fatte concessioni (dagli incentivi alla rottamazione, al “regalo” dell’Alfa Romeo da parte dell’Iri, al convertendo con le banche) e dove si accetta un po’ di tutto, anche una certa mancanza di bon ton quando i vertici non accolgono la richiesta di una spiegazione davanti al sindaco e al consiglio comunale?
Con buona pace di tante anime candide, Fca non è più una impresa italiana, avendo sedi in Olanda e a Londra. Ma questo non deve essere un alibi per governo, istituzioni e parte dei sindacati. Perché, onestamente, potrebbe avere una sede anche al Polo Nord se gli stabilimenti, quelli sì italiani, funzionassero a pieno regime e facessero ripartire una filiera fatta di professionalità e di un tessuto produttivo con pochi uguali. Una Fca forte nel panorama mondiale, dunque, può essere garanzia per Mirafiori ma anche Pomigliano e il Polo del lusso e tutto l’indotto. I partner a disposizione, però, si riducono e al momento i capitali e l’economia più aggressiva sono quelli cinesi e già due anni fa c’erano stati abboccamenti con Geely (che significa marchi come Volvo e Lotus e Daimler ossia Mercedes), prima ancora che con i coreani di Hyundai, strategici per il settore della mobilità green, dall’elettrico all’idrogeno. Fca peraltro ha già uno stabilimento in Cina. L’unico inconveniente, sta nell’inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, ostile a Pechino e bisogna vedere fino a che punto convincibile con una operazione di lobby.
Tanti, troppi interrogativi. Per ora, il Gruppo può cominciare a rispondere a quelli del Comune di Torino e della Regione Piemonte, accettando, stavolta, l’invito a spiegare di fronte a tavoli istituzionali quale sarà il futuro per il nostro territorio.
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