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Il Borghese
23 Aprile 2026 - 05:50
Un obiettivo “vulnerabile”, per di più al di fuori della grande città e di conseguenza - chi lo sa? - meno “attenzionato”, più semplice da raggiungere: un attentato, una intimidazione o, peggio, la preparazione di qualcosa di più pericoloso? L’esplosione dell’altra sera alla Procura di Ivrea impone delle riflessioni.
E incidentalmente fa scorrere le immagini di un film già visto: una caserma dei carabinieri presa di mira, ma non in città, bensì al di fuori, con un ordigno che causa solo danni materiali lievi e nel tempo stesso porta una “firma”, un messaggio.
Perché quella caserma, a Fossano? Perché quelle a Torino sono più sorvegliate e di certo le vie per avvicinarvisi sono più “scoperte”? E così la Procura di Ivrea, in un quartiere satellite, «vulnerabile» per parola della stessa procuratrice generale Lucia Musti. Un atto, quello dell’esplosione, legato a qualche procedimento o indagine in loco oppure una scelta deliberata, come fosse un test?
Dopo Fossano, anni fa, ci furono gli ordigni alla Crocetta, in area semipedonale: il primo ordigno per dare l’allarme e far accorrere forze dell’ordine e soccorritori; il secondo per ferire e forse uccidere queste persone.
E poi i pacchi bomba, studiati per ferire chi li apre: uno esplose qui in redazione, ferì seriamente il nostro direttore Beppe Fossati, anche se in taluni ambienti pare essere stato dimenticato questo episodio.
Era la strategia bombarola degli anarchici di Alfredo Cospito, su cui - fra pochi giorni - ci sarà la decisione per la conferma del regime di carcere duro al 41 bis. Il mondo anarchico è in fermento, come se non bastasse quello antagonista legato ad Aska - che disprezza gli anarchici -, dunque nessun segnale va ignorato. Soprattutto perché, se fosse una questione di criminalità ordinaria e non politicizzata, la gravità sarebbe ancora maggiore.
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