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Il racconto
21 Aprile 2026 - 12:00
La storia di Ginevra, dei suoi genitori Fabio e Samantha, è quella di una normale famiglia di Chieri che si è trovata improvvisamente a fare i conti con una malattia e con una quotidianità completamente stravolta. Nata apparentemente sana, la bambina inizia presto a manifestare gravi problemi di salute, fino ad arrivare a una doppia diagnosi complessa: la Sindrome di Rett e la Miastenia Gravis. Da quel momento inizia un percorso difficile, fatto di ospedali e battaglie quotidiane per garantire alla figlia le cure necessarie.

In questo contesto nasce, quasi per caso, l’incontro con Papa Francesco: una lettera inviata per chiedere una benedizione che si trasforma in qualcosa di molto più grande. Nel tempo, quel primo contatto diventa un rapporto autentico e profondo, fatto di incontri e di una vicinanza che la famiglia descrive come quella di un “nonno”. Da questa esperienza nasce il libro Ginevra e Francesco, pubblicato a un anno dalla scomparsa del Pontefice: un racconto che intreccia dolore e speranza, con lo sguardo rivolto anche a tutte le famiglie che affrontano ogni giorno la disabilità. Fabio racconta così il loro percorso.
Com'era la vostra vita prima della malattia e dell'incontro con il Papa?
«Era una vita normale. Non pensavamo che nostra figlia potesse nascere sana e poi avere due malattie. Questa cosa ci ha cambiato completamente la vita. Quando scopri una situazione del genere, devi affrontare tutto con occhi diversi: vivi in funzione di una persona da assistere quotidianamente, 24 ore su 24. Gli sforzi si moltiplicano ogni giorno. Quando abbiamo scoperto le malattie - la Sindrome di Rett e la Miastenia Gravis - abbiamo dovuto affrontare una vera battaglia, anche con le istituzioni, per ottenere ciò di cui avevamo bisogno, persino cose semplici come un ausilio».
Come è nato il rapporto con Papa Francesco?
«Quando è stato eletto Papa Francesco, l’ho visto uscire dalla loggia vaticana e mi ha dato subito l’impressione di una persona buona, pulita. Le sue parole mi hanno aperto il cuore. Così ho deciso di scrivergli una lettera, raccontando la nostra vita e le difficoltà quotidiane. Avevo chiesto semplicemente la possibilità, un giorno, di ricevere una sua benedizione. Dopo una settimana mi ha risposto. Ci ha invitati a Santa Marta, abbiamo passato una giornata con lui, ci ha invitati a mangiare. È stato sorprendente: non ti aspetti una persona così normale».
Che tipo di rapporto si è creato?
«Fin da subito ha spaccato gli schemi. Aveva l’abito da Papa, ma in realtà era Jorge Bergoglio, una persona normalissima. Per lui il contatto umano era fondamentale, aveva bisogno delle persone. Noi ci sentivamo come in famiglia: per noi non era il Papa, era come un nonno. Ci accoglieva sempre con grande affetto. Ci ha anche dato un’opportunità incredibile: nel 2015 ci ha chiesto di occuparci del catering per i suoi parenti a Torino, in occasione dell’Ostensione della Sindone. Per noi, che avevamo un ristorante, è stato un sogno».
Il rapporto con Ginevra?
«Ginevra e il Papa comunicavano con gli occhi. Lei purtroppo non può parlare, ma capisce tutto. Lui riusciva sempre a trovare il canale giusto per entrare in relazione con lei. Quando le dicevamo che saremmo andati dal Papa, lei lo riconosceva subito: per lei era un amico, un nonno acquisito. Tra loro c’era una sintonia speciale: si guardavano e si capivano. Erano in simbiosi».
Perché vi ha chiesto di scrivere questo libro?
«Ci diceva sempre di raccontare la nostra storia. Voleva che altre famiglie non si arrendessero. Parlava degli “ultimi”, ma per lui non erano scarti: erano opportunità. Questo libro abbraccia tutto, dalle malattie alla vita quotidiana, dagli incontri con lui ai momenti belli e difficili. È un libro in cui si ride, si piange e ci si ferma a riflettere».
Cosa resta oggi, a un anno dalla sua scomparsa?
«La prima parola è grazie. Grazie per quello che ha fatto per noi e per la nostra famiglia. Ci manca, ma soprattutto il mondo ha bisogno di lui ancora oggi. Ci ha lasciato una frase che portiamo dentro ogni giorno: “andiamo avanti”. Anche se lui non c’è più, per noi è come se fosse ancora presente». Una storia fatta di fatica e di amore, ma soprattutto di un legame che, come racconta Fabio, continua ancora oggi, «anche se lui non c’è più».
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